Ci sono frasi che sentiamo ripetere fin da bambini e che, a forza di sentirle, finiscono per sembrare vere. Non perché lo siano davvero, ma perché nessuno si prende mai la briga di verificarle. Una di queste è sicuramente: “A San Giusto, per essere giusto, ci mancava un dito.”
La si tira fuori quando qualcuno insiste nel dire che una cosa è “giusta”, ma chi ascolta conserva un pizzico di scetticismo. È una risposta ironica, quasi a dire: guarda che perfetto non è niente e nessuno. Un modo di stemperare le certezze altrui con una battuta. Il problema è che, ogni tanto, c’è chi le prende sul serio.
Un amico, qualche tempo fa, è stato in visita a Trieste. Tra una passeggiata sul Canal Grande, un caffè storico e il Castello di Miramare, ha deciso di salire fino alla Basilica Cattedrale di San Giusto Martire. Non tanto per motivi religiosi – lui non lo è particolarmente – quanto per risolvere un dubbio che lo accompagnava da anni. Davvero a San Giusto mancava un dito?
Mi ha raccontato di aver osservato con attenzione la statua del santo. Prima le mani. Poi i piedi. Infine di nuovo le mani, giusto per non lasciare margini di errore. Niente… Dieci dita ai piedi e dieci alle mani. Inventario completo. Nemmeno l’ombra di una falange smarrita.
A questo punto le ipotesi sono due. La prima è che il proverbio racconti una storia che non è mai esistita. La seconda è che lo scultore, impietosito, abbia deciso di restituire al santo il dito che la tradizione popolare gli aveva sottratto. Certo, San Giusto fu davvero un martire, secondo la tradizione venne condannato a morte durante le persecuzioni di Diocleziano e gettato in mare con una pietra legata al collo. Una vicenda drammatica. Ma nessuna fonte storica parla di amputazioni preventive o di dita mancanti. Per quanto martire sia stato, dal racconto del mio amico, ogni cosa sembrava essere al proprio posto
Insomma, il povero santo sembra essere stato coinvolto, suo malgrado, in un modo di dire che probabilmente con lui non ha mai avuto nulla a che vedere. Ed è qui che la storia diventa interessante perché i modi di dire sono come vecchie fotografie di famiglia: le conserviamo con affetto, le tramandiamo di generazione in generazione, ma spesso nessuno ricorda più chi siano davvero tutti quelli presenti nello scatto.
Pensiamo a quante espressioni utilizziamo ogni giorno senza sapere da dove arrivino. Le pronunciamo automaticamente, convinti che abbiano un fondamento storico, quando magari nascono da leggende, deformazioni linguistiche o semplicemente dall’inventiva popolare.
La lingua italiana è piena di queste piccole meraviglie. Sono il risultato di secoli di racconti, dialetti, equivoci e fantasia collettiva. Ed è forse proprio questo il loro fascino: non devono necessariamente essere vere. Devono funzionare. Devono evocare un’immagine, strappare un sorriso, sintetizzare un concetto. E allora forse anche “A San Giusto, per essere giusto, ci mancava un dito” merita di sopravvivere.
Non perché San Giusto fosse davvero menomato, ma perché ci ricorda una verità molto più grande: diffidare delle certezze assolute. Persino quando sembrano scolpite nella pietra o nel marmo di una statua.




