Ogni anno, con l’avvicinarsi del Capodanno, torna puntuale il dibattito sull’abolizione dei botti. Le associazioni animaliste – LAV, ENPA e molte altre – denunciano da tempo gli effetti drammatici dei fuochi pirotecnici su animali domestici e selvatici: paura, fughe, incidenti, decessi. Una battaglia che si ripete ciclicamente, frenata dall’assenza di una legge nazionale e affidata a ordinanze comunali spesso temporanee e difficili da far rispettare.
Mentre su questo fronte il Parlamento resta immobile, su un altro tema la politica sembra invece pronta a intervenire: il riconoscimento degli animali d’affezione come parte della famiglia. Un cambiamento culturale già evidente nella società e ora al centro di una proposta legislativa destinata a far discutere.
Dal tribunale al Parlamento
Nel 2018 la Corte di Cassazione aprì una breccia: con una sentenza innovativa riconobbe la possibilità, per un lavoratore, di assentarsi con permesso retribuito per far fronte a un’emergenza sanitaria riguardante il proprio animale domestico. Fu la prima volta che la cura di un cane o di un gatto veniva equiparata ai “gravi motivi personali e familiari”.
Oggi quella breccia potrebbe diventare legge. Il deputato Devis Dori (AVS) ha depositato una proposta che introduce: tre giorni di permesso retribuito in caso di morte del proprio cane o gatto; otto ore annuali per malattia o cure veterinarie urgenti.
Un intervento che, se approvato, renderebbe l’Italia uno dei primi Paesi europei a riconoscere formalmente il lutto per un animale domestico.
Una scelta che parla a milioni di italiani
Secondo un’indagine Ipsos del 2024, il 56% delle famiglie italiane convive con almeno un animale d’affezione. Numeri che confermano un cambiamento profondo: per molti, il cane o il gatto non sono più semplici “animali da compagnia”, ma membri effettivi del nucleo familiare. La letteratura scientifica lo certifica: la perdita di un animale può provocare stress e cali di produttività paragonabili a un lutto umano.
La proposta di legge intercetta dunque un bisogno reale. Unisce tutela del lavoratore e rispetto per gli animali, già riconosciuti come esseri senzienti dalla normativa europea.
Ma perché solo cani e gatti?
La domanda nasce spontanea. La risposta, per ora, è tecnica: cani e gatti sono gli unici animali per cui esiste un obbligo di microchip e registrazione nazionale, requisito considerato indispensabile per garantire la tracciabilità e prevenire abusi.
Ma la scelta non cancella un tema più ampio: il legame affettivo non è esclusiva di queste due specie. Per molte persone, un coniglio, un pappagallo o un piccolo roditore rappresentano un compagno di vita a tutti gli effetti, e la loro perdita può essere altrettanto dolorosa.
Una rivoluzione possibile
Il nodo culturale è chiaro. La proposta Dori non parla solo di permessi: parla del posto che gli animali hanno conquistato nelle case italiane. E mette in evidenza una contraddizione: mentre si riconosce il loro ruolo affettivo nella vita quotidiana, il Paese non è ancora riuscito a garantire protezioni efficaci contro sofferenze evitabili, come quelle provocate dai botti di Capodanno.
Il tema che continua a dividere
Naturalmente, il tema continua a dividere. C’è chi saluta queste novità come un segno di civiltà e chi, al contrario, le considera un’esagerazione, l’ennesima prova di un Parlamento più attento agli animali che alle emergenze sociali dei cittadini. Una critica ricorrente, soprattutto in tempi in cui povertà, sanità e lavoro sembrano chiedere risposte urgenti. Eppure il dibattito resta aperto: riconoscere dignità e tutele agli animali significa davvero sottrarre qualcosa alle persone, o piuttosto rispecchia un Paese che prova a diventare più sensibile e inclusivo? La politica dovrà decidere quale visione del presente – e del futuro – vuole abbracciare.




