C’è stato un tempo in cui certe alleanze avrebbero sollevato un polverone politico e morale. C’era un tempo — non troppo lontano — in cui l’idea di un’intesa fra la Democrazia Cristiana, oggi partito rilanciato in Sicilia da Cuffaro, e la Lega avrebbe fatto tremare i tavoli dei bar, le redazioni dei giornali e perfino i consigli parrocchiali. Oggi no.
Oggi, l’annuncio di un patto “chiaro” fra Totò Cuffaro e i rappresentanti del Carroccio, siglato simbolicamente a Ribera durante la Festa dell’Amicizia, scivola via come una notizia qualsiasi. Nessuna polemica fragorosa, nessuna indignazione, nessun dibattito acceso.
Solo qualche post sui social, qualche commento distratto, e poi tutto torna alla consueta apatia.
Eppure, di materiale per discutere ce ne sarebbe. Da una parte, un partito che affonda le sue radici nel cattolicesimo politico, che negli anni Ottanta e Novanta rappresentava la misura e la mediazione del potere. Dall’altra, una forza nata come movimento di protesta contro “Roma ladrona”, capace di trasformarsi, nel tempo, in pilastro del centrodestra nazionale.
Due storie opposte che oggi si ritrovano sotto un unico ombrello elettorale. Ma nessuno si scandalizza.
Forse perché la politica ha smesso di essere una questione di valori, e si è trasformata in un mestiere di sopravvivenza. Forse perché l’elettore, abituato a vedere ogni tipo di accoppiata, ha perso la capacità di indignarsi.
“ Nun c’è cchiù munnu…! Ciò che una volta scandalizzava, oggi fa sorridere”, dice mia suocera con un misto di disincanto e rassegnazione, apprendendo la notizia dalla televisione.
E ha ragione: la politica italiana sembra aver superato anche la soglia del paradosso. Le ideologie sono evaporate, le identità si mescolano, e l’unico collante rimasto è la convenienza reciproca.
Non è un fenomeno isolato. Dalla sinistra alla destra, passando per i nuovi movimenti civici, tutto sembra ormai possibile. Ci si allea e ci si separa con la stessa disinvoltura con cui si cambia un logo o uno slogan.
L’importante non è più con chi si cammina, ma quanto lontano si riesce ad arrivare.
E l’elettore, testimone silenzioso, osserva senza più stupore, come chi guarda un film di cui conosce già il finale.
Ribera, in questo senso, diventa il simbolo perfetto: una festa chiamata “dell’Amicizia” che celebra un’intesa politica, ma che racconta anche la fine delle divisioni ideologiche.
Forse è un bene — perché la politica, si dirà, deve unire. O forse è un male — perché quando tutto è possibile, nulla ha più valore. In ogni caso, resta una certezza: in Italia, oggi, niente fa più scandalo. E forse, proprio questa indifferenza, è lo scandalo più grande di tutti.




