Ogni giorno il dibattito sull’immigrazione si concentra su emergenze, sbarchi, tensioni sociali e problemi di convivenza. Molto più raramente si raccontano le storie che, lontano dai riflettori, dimostrano come l’integrazione possa diventare un fatto quotidiano, costruito con pazienza, rispetto reciproco e tempo.
Acquedolci, piccolo centro della costa tirrenica messinese, rappresenta uno di questi casi. Qui la presenza della comunità marocchina non è il risultato di un fenomeno recente, ma affonda le proprie radici negli anni Ottanta, quando i primi lavoratori arrivarono in cerca di un futuro migliore. Da allora sono nate famiglie miste, attività economiche, amicizie, associazioni culturali e una generazione di ragazzi che vive l’identità italiana e quella marocchina senza percepirle come realtà in contrapposizione.
Una storia che non pretende di essere perfetta né di offrire ricette universali, ma che dimostra come l’integrazione possa nascere spontaneamente quando una comunità è capace di accogliere e chi arriva sceglie di diventarne parte.
Ne abbiamo parlato con il sindaco di Acquedolci, Alvaro Riolo, che ripercorre le origini di questa esperienza, ne analizza le ragioni storiche e culturali e guarda alle sfide del futuro, spiegando perché, a suo giudizio, il vero segreto non sia stato un progetto calato dall’alto, ma la naturale evoluzione di una comunità che, da sempre, considera l’accoglienza parte della propria identità.
L’intervista al sindaco Alvaro Riolo
Dalle prime migrazioni all’integrazione: come nasce la comunità marocchina di Acquedolci
Sindaco, quella della Comunità Marocchina di Acquedolci non è una storia nata ieri, ma affonda le sue radici negli anni Ottanta. Quali sono stati, secondo lei, gli elementi che hanno permesso a questa presenza di trasformarsi da semplice immigrazione per lavoro a un autentico percorso di integrazione?
Negli anni Ottanta la situazione era molto diversa. Nel Marocco c’era tanta disoccupazione e povertà. Numerosi giovani hanno cercato altrove occasioni per realizzare sogni. Un po’ come i nostri nonni facevano ad inizio Novecento in America, Germania, Francia e Australia. Anche ad Acquedolci e in Italia, in quel periodo, la realtà era molto diversa e le numerose occasioni e opportunità di lavoro offrivano agli stranieri possibilità per lavorare. Chi dal Marocco osservava l’Italia, osservava una nazione ricca dove era semplice trovare occasioni e opportunità. La Sicilia storicamente era ed e il crocevia degli scambi commerciali e culturali del Mediterraneo.
Uno tra i primi a giungere ad Acquedolci è stato Hassan Hadek che all’epoca aveva un amico di Naso grazie al quale ha trovato un alloggio ad Acquedolci tramite il passaparola dei mercati settimanali. Ad Acquedolci Hassan non ha trovato solo casa e accoglienza, ha trovato anche l’amore e il suo è stato il primo matrimonio tra un musulmano ed una cattolica. Dopo qualche tempo, Hassan si è accorto che Acquedolci era un luogo accogliente e ben disposto ad una integrazione comunitaria che potesse garantire un futuro per se, per i suoi figli ma soprattutto per tanti connazionali. Col tempo i fratelli di Hassan sono giunti in paese, alcuni hanno costruito famiglia, altri hanno aiutato amici del Marocco a trovare casa.

Famiglie miste e senso di appartenenza: il valore dei legami
Molti cittadini marocchini hanno scelto di costruire qui il proprio futuro, formando famiglie anche con cittadini acquedolcesi. Quanto hanno contribuito questi legami familiari a creare un clima di reciproca fiducia e a rafforzare il senso di appartenenza alla comunità?
Ad Acquedolci non ci sono particolari pregiudizi. La Comunità ha una storia che è legata all’accoglienza. In epoca Romana questa terra accoglieva viandanti nella Stazione di Posta. Durante la dominazione Araba, Acquedolci venne valorizzata sotto il profilo commerciale grazie alle piantagioni di Canna da Zucchero e agrumi. Gli stessi Arabi diedero nome alla sorgente che ancora oggi alimenta il paese, la Favara, che in lingua araba significa proprio “sorgente impetuosa”. La Sicilia è sempre stata terra di integrazione soprattutto in epoca Normanna e durante il MedioEvo Acquedolci fu luogo di sosta per i pellegrini e per i commercianti.
La storia del paese moderno nasce da una catastrofica frana, in seguito alla quale venne edificato il nuovo paese, un centro che accolse subito sfollati, forestieri, cittadini provenienti da tutto il territorio nebroideo. L’arrivo di Hassan e la costruzione della Comunità Marocchina di Acquedolci è perfettamente in sintonia con una mentalità dell’accoglienza che fa parte della popolazione. Non si tratta di un punto di partenza, ma di un vero e proprio approdo, della conclusione di un percorso radicato nel tempo. L’integrazione, i legami familiari tra marocchini e abitanti di Acquedolci è il risultato di questa maturità sociale e culturale.
Un modello di integrazione per altri comuni?
Oggi ad Acquedolci vivono circa un centinaio di cittadini di origine marocchina, perfettamente inseriti nel tessuto sociale ed economico. Ritiene che questa esperienza possa rappresentare un modello positivo anche per altri comuni che si confrontano con il tema dell’integrazione?
Certo che Acquedolci può rappresentare una forma paradigmatica di integrazione. In un’epoca di difficoltà nell’accogliere chi è diverso, la Sicilia è una terra che l’integrazione l’ha sempre vissuta, perciò il fenomeno è naturale per tutti. Storicamente in Sicilia popoli e culture hanno plasmato atteggiamenti, dialetti, architetture e, soprattutto, la visione alta dell’accoglienza e dell’ospite. Ad Acquedolci che è un paese tipicamente siciliano, ogni aspetto della cultura locale testimonia questa capacità di accogliere e integrare. Lo stesso nostro santo patrono del paese, San Benedetto il Moro, pur essendo siciliano, è di colore, figlio di schiavi provenienti dal nord Africa, figlio di un epoca terribile di sfruttamento e schiavismo ma anche portavoce del superamento dei fenomeni del razzismo e della discriminazione e testimone dell’idea che è concretamente realizzabile un futuro nel quale i popoli si accolgono e progrediscono assieme.
La Comunità Marocchina di Acquedolci non è solo perfettamente inserita nel tessuto socio economico del territorio. I giovani originari del Marocco si sentono parte della Comunità di Acquedolci. Quelli che sono nati ad Acquedolci e sono automaticamente cittadini italiani, frequentano le scuole di Acquedolci, giocano nelle squadre di calcio del paese, realizzano con i coetanei di Acquedolci i carri del famoso Carnevale e sono naturalmente acquedolcesi.

Il contributo della comunità marocchina alla crescita del paese
L’integrazione è un processo che richiede impegno da entrambe le parti. Quale ruolo hanno avuto i cittadini di Acquedolci nell’accogliere questa comunità e, allo stesso tempo, quale contributo hanno saputo offrire i cittadini marocchini alla crescita sociale, culturale ed economica del paese?
L’associazione “EL ATLAS – Progetto Integrazione”
Ad inizio anni Novanta la presenza marocchina ad Acquedolci era già abbastanza numerosa. Sotto la spinta e il sostegno di tanti amici di Acquedolci, questa Comunità ha dato vita ad una associazione culturale che si chiama “EL ATLAS – progetto integrazione”. L’idea era quella di accrescere le occasioni di dialogo e interscambio culturale per favorire l’integrazione e l’accoglienza. Oggi l’associazione ha tantissimi iscritti (oltre 150) che raccolgono cittadini italiani di origine marocchina da tutto il comprensorio. Negli anni, El Atlas, è diventata una delle prime associazioni di Acquedolci che ha organizzato piccoli tornei, manifestazioni dedicate ai ragazzi, iniziative che coinvolgono cittadini italiani e stranieri.
Quella di Acquedolci è una comunità marocchina esemplare, ben integrata e rispettosa della comunità locale. Non si registrano fenomeni di disturbo o interferenze sotto il profilo dell’ordine pubblico. Gente rispettosa ed educata alla promozione di valori buoni.
La moschea e la scuola di lingua araba
Negli anni è nato un luogo di culto, una piccola Moschea all’interno della quale i fedeli dell’Islam di Acquedolci si riuniscono per pregare e discutere di problemi e idee da sviluppare. Addirittura nel 2025, con il supporto dell’Amministrazione Comunale, sono stati messi a disposizione i locali della Biblioteca Comunale per avviare la Scuola di lingua araba, finalizzata a trasmettere ai piccolissimi le nozioni e le regole della scrittura e della fonetica che i giovanissimi tendono a perdere.
Acquedolci e il valore della convivenza
In un periodo storico in cui il tema dell’immigrazione viene spesso raccontato attraverso emergenze e contrapposizioni, Acquedolci sembra dimostrare che esiste anche un’altra narrazione, fatta di convivenza quotidiana e rispetto reciproco. Quale messaggio sente di lanciare, partendo dall’esperienza del suo Comune?
Accogliere lo straniero fa parte della cultura dei siciliani e più in generale dei popoli mediterranei. Partendo da questo punto di vista il legame che storicamente e culturalmente accomuna i popoli è alla base dello sviluppo di tutta l’area euro-mediterranea. Negli scorsi anni è stato diffuso ad Acquedolci lo slogan “cresce una comunità che accoglie”. Ritengo che questo sia un buon presupposto per avviare idee e progetti nuovi di coinvolgimento e sviluppo integrato che sicuramente potrebbero condurre verso la meta della crescita concreta socio-culturale per concorrere concretamente al progresso umano.
Certo, Acquedolci è solamente una piccola realtà dove questo si sta attualmente sperimentando. Ritengo tuttavia che nei piccoli esempi risiede la possibilità di ricercare soluzioni più grandi che ci consentono di sperare che è possibile migliorare e crescere tutti assieme affrontando in questo modo pregiudizi e limiti che rischiano di danneggiarci o peggio di scatenare terribili incomprensioni.

Le sfide del futuro: investire sulle nuove generazioni
Guardando al futuro, quali iniziative l’amministrazione comunale intende promuovere per valorizzare ulteriormente questa esperienza di integrazione e fare in modo che le nuove generazioni, indipendentemente dalle proprie origini, continuino a sentirsi parte di un’unica comunità acquedolcese?
E’ capitato lo scorso anno che si è sperimentato in biblioteca un momento di scambio interculturale con un gruppo di bambini marocchini che raccontavano una storiella di Giufà ai bimbi acquedolcesi che già conoscevano quel racconto. Insieme hanno poi letto in siciliano il racconto e alla fine le mamme marocchine e siciliane hanno condiviso la merenda. E’ stato un momento di generosità reciproca e di condivisione tra culture.
Lì ci siamo accorti che in definitiva sono tante le cose che ci accomunano e ancora di più sono i punti di contatto che ci fanno crescere.
Sicuramente è importate continuare a valorizzare le occasioni aggregative come quella della Scuola di lingua araba ed è molto importante lavorare al coinvolgimento dei ragazzi nelle iniziative del paese al fine di valorizzare il senso della loro appartenenza ad Acquedolci sempre con la delicatezza di non fare disperdere il patrimonio culturale che ciascuno straniero è pronto a trasmettere all’altro.
Tutto questo si è già realizzato con naturalezza e spontanea generosità e va solamente valorizzato e potenziato senza particolari forzature. La gente di Acquedolci sta dimostrando già di essere pronta a concorrere a questa idea di dialogo e condivisione.




