Nel cuore dei Nebrodi, tra montagne impervie e comunità spesso dimenticate, un progetto, a tutela del diritto fondamentale come quello alla salute, ha rischiato di svanire tra faldoni smarriti, verbali introvabili e una burocrazia distratta. La vicenda del progetto AINEB 22 — finanziato nel 2016 con quasi un milione di euro per l’acquisto di sette ambulanze 4×4 destinate all’assistenza di 21 comuni dell’area — si è trasformata in un caso emblematico di immobilismo istituzionale e irresponsabilità politica.
Avviato nel 2020 con tutte le carte in regola, sostenuto da una rete sinergica tra comuni, Protezione Civile, SEUS Scpa e Centrale Operativa 118, AINEB 22 rappresentava molto più di una semplice fornitura di mezzi: era un baluardo di giustizia sanitaria per territori isolati, dove l’arrivo di un’ambulanza può segnare il confine tra la vita e la morte.
Eppure, nel maggio 2024, il Dipartimento per la Pianificazione Strategica dell’Assessorato regionale alla Salute decideva di bloccare tutto. Con una nota tanto laconica quanto sconcertante, dichiarava la “non procedibilità” del progetto, motivando l’atto con l’assenza di iniziative concrete da parte dell’Area Interna. Una ricostruzione falsa nei fatti e gravissima nei toni, smentita punto per punto da una documentazione fitta e completa, redatta in anni di riunioni, incontri, solleciti e note ufficiali.
La denuncia pubblica che ha rotto il muro dell’indifferenza
Fu solo grazie alla nostra inchiesta giornalistica e all’azione decisa dell’onorevole Bernadette Grasso, che la questione è finalmente esplosa in tutta la sua gravità. In poche ore dalla pubblicazione del nostro articolo, la Grasso presentava un’interrogazione parlamentare dettagliata, rimettendo il diritto alla salute dei cittadini dei Nebrodi al centro del dibattito istituzionale.
Il risultato? Dopo mesi, anzi anni, di silenzio, il Dipartimento regionale si è finalmente mosso. Ma non per attuare il progetto. Per cercare i documenti.
“Non si trova il progetto”. Il paradosso della macchina amministrativa
Sì, perché oggi — dopo aver bollato il progetto come mai decollato — il Dipartimento per la Pianificazione Strategica dell’Assessorato regionale alla Salute è costretto ad ammettere che non riesce più a trovare né il progetto né la relativa documentazione, inoltrata già nel 2020. Una confessione inquietante che certifica, senza più margini di dubbio, la superficialità con cui il tema è stato trattato nei palazzi dell’amministrazione regionale.
E così, con il fiato sul collo della scadenza del 2026 — data oltre la quale i fondi CIPE non saranno più disponibili — si chiede all’Area Interna Nebrodi di rinviare tutto da capo: progetto, note, verbali, corrispondenze. Un tentativo disperato di “ricostruire l’iter”, di rimettere insieme i cocci di un disastro amministrativo causato da anni di immobilismo, cambi di dirigenti e continui rimpalli di responsabilità.
Le responsabilità non si possono cancellare
È vero: chi oggi guida il Dipartimento potrebbe non avere responsabilità dirette nella genesi del problema. Ma l’istituzione sì. E questo va detto con chiarezza. Non si può accettare che un progetto da quasi un milione di euro — già finanziato, pronto all’attuazione, sostenuto da una struttura operativa efficiente — venga abbandonato per inadempienza amministrativa.
È inaccettabile che solo grazie alla pressione mediatica e all’intervento di un deputato regionale si sia potuto scalfire quel muro di indifferenza e sufficienza che per anni ha tenuto in ostaggio un progetto strategico per la salute pubblica. E ancora oggi, nulla è certo: il Dipartimento chiede documenti, ma non ha ancora garantito che il progetto ripartirà.
Va riconosciuto, con onestà, che probabilmente anche l’Area Interna Nebrodi ha qualche responsabilità, per non aver sollecitato con sufficiente forza la questione. Non va taciuto che anche alcuni sindaci hanno mostrato un atteggiamento di leggerezza e disinteresse: una classe dirigente locale che troppo spesso si è distinta più per l’inerzia che per l’iniziativa.
Una corsa contro il tempo
Ora si corre. Si cerca di “salvare il salvabile”, ma il rischio è concreto: se la procedura non verrà ricostruita rapidamente, l’intera somma — 995.000 euro — andrà perduta. Sarebbe l’ennesimo scippo a danno di territori già svantaggiati, un danno grave non solo economico, ma soprattutto morale e politico. Perché il tempo perso, in un’emergenza sanitaria, si misura in vite.




