C’è un momento indimenticabile del cinema italiano in cui Massimo Troisi e Roberto Benigni, in “Non ci resta che piangere”, si ritrovano a varcare una frontiera immaginaria e, puntualmente, vengono fermati da una guardia doganale: “Alt! Un fiorino!”. Una scena tanto surreale quanto ripetitiva, diventata cult proprio perché trasforma l’assurdo in quotidianità. E oggi, incredibilmente, quel paradosso comico diventa cronaca economica.
Sì, perché gli Stati Uniti si preparano a suonare “l’Alt!” alle merci italiane, e in particolare a quelle siciliane, con l’imposizione di dazi che rischiano di costare carissimo all’export dell’Isola. Secondo le proiezioni del Centro Studi CGIA di Mestre, l’impatto delle nuove tariffe doganali annunciate da Trump – che potrebbero entrare in vigore già entro la fine del mese – si tradurrà in una stangata da un miliardo di euro per l’economia siciliana.
A pagare dazio – è proprio il caso di dirlo – saranno soprattutto i produttori agricoli e alimentari: olio, agrumi, conserve, formaggi. Già si registra una pioggia di disdette preventive da parte degli importatori americani, i quali, temendo i rincari, hanno ben pensato di tagliare i ponti prima ancora che i dazi diventino ufficiali. Un vero e proprio “scudo fiscale”… al contrario.
E così, come Troisi e Benigni, anche i nostri prodotti dovranno affrontare un pellegrinaggio grottesco a ogni frontiera: “Alt! Un dazio!”. Ma stavolta il fiorino non è simbolico, e l’interruzione del commercio non è una gag. È un colpo diretto a uno dei pochi settori che negli ultimi anni ha saputo tenere alta la bandiera della Sicilia nel mondo: l’agroalimentare d’eccellenza.
Le cifre sono da capogiro. A livello nazionale, l’impatto stimato è di una perdita tra i 30 e i 35 miliardi di euro sui circa 65 generati annualmente dall’export verso gli Stati Uniti. Se applichiamo questa forbice alla Sicilia, significa un crollo della bilancia commerciale tra il 46 e il 54%. Altro che fiorino, qui rischiamo di pagare pegno con interi raccolti.
E mentre le aziende si preparano al peggio, tra magazzini pieni e contratti evaporati, resta l’amara ironia di una politica commerciale che, invece di costruire ponti, alza barriere. Come se l’unico modo per proteggere i propri interessi fosse quello di colpire gli altri con un bel “Alt!” doganale.
Così il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, stamattina è volato a Roma per partecipare all’ennesimo “tavolo” a Palazzo Chigi, sul tema dei dazi americani. Lo annuncia lui stesso su Facebook, con enfasi da annuncio epocale: “Stamattina a Palazzo Chigi, con il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani – scrive Schifani – abbiamo condiviso le misure a difesa dell’economia siciliana contro i dazi”.
La verità? Tempo perso. Davvero qualcuno crede che basti un post di Schifani o una stretta di mano di Tajani per far cambiare idea a Donald Trump? E mentre a Roma si gioca alla diplomazia delle buone intenzioni, in Sicilia arrivano le disdette vere, quelle che bruciano nei bilanci delle aziende.
Speriamo che, stavolta, il finale non sia come nel film. Perché se l’unica soluzione fosse tornare indietro nel tempo a impedire a Cristoforo Colombo di salpare, siamo veramente nei guai. Troisi e Benigni si prendevano gioco dell’assurdo sognando di fermare eventi inevitabili; oggi invece quell’assurdità rischia di travolgere l’economia reale, dove non c’è spazio per le risate.




