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Ars, il voto segreto che paralizza la politica: lo strumento che “schiavizza” il governo e arma i franchi tiratori

Ancora una volta il voto segreto torna al centro della scena politica siciliana. E ancora una volta lo fa nel momento in cui l’attività legislativa dell’Assemblea regionale sembra incepparsi, tra riforme bocciate, tensioni interne e maggioranze che si sfaldano nel chiuso dell’urna.

Il paradosso è evidente: mentre in Aula a Sala d’Ercole si consumava l’ennesima bocciatura — quella sulla possibilità del terzo mandato per i sindaci dei piccoli comuni — in Commissione regolamento prendeva forma una proposta per limitare proprio lo strumento che spesso consente queste sorprese. Il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, ha infatti incardinato una modifica del regolamento che punta ad abolire il voto segreto durante le sessioni di bilancio.

Non una rivoluzione totale, ma un primo passo. Un tentativo di mettere ordine in un sistema parlamentare che troppo spesso sembra vivere di imboscate e vendette politiche consumate al riparo dell’anonimato.

Il potere dell’urna segreta

Il voto segreto nasce come garanzia di libertà per il parlamentare. Nella pratica politica siciliana, però, negli anni si è trasformato in qualcosa di molto diverso: uno strumento capace di ribaltare equilibri politici senza responsabilità pubblica.

È qui che entrano in gioco i cosiddetti franchi tiratori, deputati che votano contro la linea del proprio schieramento ma senza doverlo dichiarare apertamente. Una dinamica che permette di colpire governi, maggioranze e riforme senza pagarne il prezzo politico.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: provvedimenti che saltano all’ultimo momento, maggioranze che non controllano più i propri numeri e un Parlamento che rischia di trasformarsi in un campo di battaglia permanente. Non è un caso che proprio sulle riforme più delicate — dagli enti locali alle questioni istituzionali — il voto segreto sia diventato l’arma preferita per regolare conti interni.

Il Parlamento ostaggio delle imboscate

La proposta di Galvagno nasce formalmente per allineare il regolamento dell’Ars a quello del Senato della Repubblica, dove da anni il voto segreto è escluso nelle sessioni di bilancio. Una scelta che risale alle modifiche introdotte durante la presidenza di Marcello Pera e pensate per evitare che manovre economiche decisive potessero essere affossate da giochi di palazzo. Trasportata in Sicilia, però, la questione assume un significato politico ancora più forte.

Qui il voto segreto è diventato spesso lo strumento che schiavizza l’azione di governo, rendendo ogni passaggio parlamentare un potenziale agguato. Anche quando una maggioranza esiste sulla carta, nessuno può davvero sapere cosa accadrà al momento del voto. Il governo regionale si trova così costretto a negoziare continuamente con i propri stessi sostenitori, sapendo che un singolo passaggio segreto può trasformarsi in una trappola.

Il vero problema: il regolamento che rallenta tutto

Galvagno lo ha detto chiaramente: il voto segreto non è l’unico nodo. Il regolamento dell’Ars, per molti aspetti, consente forme di ostruzionismo che rallentano enormemente i lavori. Basti pensare ai tempi di intervento. In teoria, durante la discussione di una norma della finanziaria ogni deputato può intervenire per diversi minuti. Se tutti i settanta parlamentari decidessero di farlo, si arriverebbe a oltre undici ore di interventi per un solo articolo.

Uno scenario che rende evidente quanto sia facile bloccare l’attività legislativa anche senza ricorrere al voto segreto. Per questo la riforma del regolamento punta anche a rafforzare il ruolo delle commissioni, trasformandole in veri “mini parlamenti” dove svolgere una parte significativa del confronto prima di arrivare in Aula.

Il rischio del paradosso

Resta però un’ironia politica quasi inevitabile: la proposta che vuole limitare il voto segreto potrebbe essere votata… con il voto segreto. Una possibilità che lo stesso presidente dell’Ars non esclude. Perché, finché lo strumento resterà nelle mani dei deputati, qualcuno potrebbe sempre decidere di usarlo per difenderlo. E sarebbe l’ennesima dimostrazione di quanto il sistema parlamentare siciliano sia intrappolato in un meccanismo che alimenta diffidenze, tensioni e giochi di potere sotterranei.

Metterci la faccia

La vera questione, in fondo, è tutta qui: la responsabilità politica. Il voto segreto protegge la libertà del parlamentare, ma allo stesso tempo rende impossibile per cittadini ed elettori capire chi ha realmente sostenuto o affossato una legge. E quando le decisioni che riguardano bilanci, riforme e governance della Regione vengono prese senza che nessuno debba risponderne pubblicamente, la politica rischia di perdere credibilità.

Limitare il voto segreto nelle sessioni di bilancio non risolverà tutti i problemi dell’Ars. Ma potrebbe essere il primo passo per togliere alla politica siciliana una delle sue armi più ambigue: quella che consente di colpire nell’ombra e di governare senza assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte.

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