Un nuovo terremoto giudiziario scuote le istituzioni regionali siciliane. Un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha portato all’arresto del dirigente regionale Giancarlo Teresi e del boss di Favara Carmelo Vetro con l’accusa di corruzione aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Nell’inchiesta, coordinata dal procuratore Maurizio de Lucia, risultano inoltre indagate diverse persone, tra cui il neodirettore generale del Policlinico di Messina ed ex europarlamentare del Pdl Salvatore Iacolino, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata.
Secondo gli investigatori, per anni Teresi – dirigente del dipartimento regionale Infrastrutture e mobilità, responsabile del settore delle infrastrutture marittime e portuali – avrebbe messo la propria funzione pubblica al servizio degli interessi imprenditoriali del capomafia di Favara, ricevendo in cambio tangenti e favori.
Le tangenti per gli appalti nei porti siciliani
Al centro dell’inchiesta ci sono una serie di appalti pubblici legati a lavori di bonifica, dragaggio e ripascimento costiero, oltre al conferimento dei sedimenti marini in discariche autorizzate. I lavori riguardavano in particolare i porti di Marinella di Selinunte, Scicli-Donnalucata e Terrasini.
Secondo la ricostruzione della Procura, Teresi avrebbe favorito in modo sistematico la società Ansa Ambiente srl, formalmente amministrata da altri ma ritenuta dagli inquirenti riconducibile a Carmelo Vetro. L’azienda opera nel settore dell’intermediazione e del commercio dei rifiuti, ambito considerato particolarmente delicato per il rischio di infiltrazioni mafiose.
Nonostante Vetro fosse già stato condannato in via definitiva a nove anni di reclusione per associazione mafiosa e fosse sottoposto a misure di prevenzione, sarebbe riuscito – grazie alla complicità del dirigente regionale – a continuare a operare nel settore degli appalti pubblici.
Gli investigatori avrebbero documentato almeno tre episodi di consegna di denaro tra marzo, luglio e agosto dello scorso anno. Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati complessivamente 228 mila euro.
Il ruolo del clan di Favara
Per gli inquirenti, il sistema corruttivo avrebbe consentito al boss di Favara di rafforzare il proprio peso criminale e imprenditoriale. Attraverso la gestione occulta della società e l’accesso privilegiato agli appalti pubblici, Vetro avrebbe consolidato la propria posizione all’interno dell’organizzazione mafiosa.
Tra i contatti del boss figurerebbero anche soggetti vicini ai vertici della criminalità organizzata, come Giovanni Filardo, indicato dagli investigatori come cugino del capomafia Matteo Messina Denaro.
Nell’indagine risultano inoltre coinvolti il fratello del boss, Salvatore Vetro, il cognato Antonio Lombardo – dipendente e amministratore formale della società – il funzionario regionale Francesco Mangiapane e l’imprenditore Giovanni Aveni.
L’indagine si allarga: indagato Salvatore Iacolino
Gli accertamenti condotti sul conto di Carmelo Vetro hanno portato gli investigatori a individuare una rete di rapporti istituzionali che avrebbe coinvolto anche il manager della sanità Salvatore Iacolino.
La Procura di Palermo ha disposto perquisizioni nelle abitazioni e negli uffici dell’ex europarlamentare, nominato appena una settimana fa direttore generale del Policlinico di Messina.
Secondo i magistrati della Dda, Iacolino avrebbe messo a disposizione del boss – suo compaesano – la rete di relazioni costruita negli anni grazie ai ruoli ricoperti nella politica e nell’amministrazione regionale. In particolare, quando era dirigente generale del dipartimento Pianificazione strategica dell’assessorato regionale alla Salute, avrebbe favorito gli interessi economici del clan.
Gli inquirenti ritengono che il manager abbia facilitato incontri tra Vetro e figure di primo piano dell’amministrazione regionale, tra cui il manager dell’Asp di Messina Giuseppe Cuccì, la vicepresidente della commissione Antimafia regionale Bernadette Grasso e il capo della Protezione civile siciliana Salvatore Cocina.
Favori negli uffici pubblici e appoggi alle imprese vicine al clan
Sempre secondo l’accusa, Iacolino avrebbe fornito al boss informazioni su procedure amministrative in corso e avrebbe esercitato pressioni sui vertici dell’Asp di Messina per agevolare pratiche segnalate dallo stesso Vetro.
Tra le vicende finite sotto la lente della Procura ci sarebbero la procedura di accreditamento regionale per prestazioni sanitarie della società Arcobaleno Impresa Sociale srl, riconducibile all’imprenditore Giovanni Aveni, ritenuto vicino al boss, e la revoca dell’accreditamento sanitario alla Anfild Onlus di Messina, considerata concorrente negli interessi economici del gruppo.
Gli investigatori sostengono inoltre che il manager avrebbe creato un canale diretto e riservato tra il clan e alcuni dirigenti dell’amministrazione regionale.
I presunti vantaggi per il manager
In cambio del sostegno fornito agli interessi del clan di Favara, Iacolino avrebbe ricevuto finanziamenti per campagne elettorali e promesse di assunzioni di lavoratori segnalati.
Per la Procura, l’ex europarlamentare avrebbe quindi contribuito – pur non facendo formalmente parte dell’organizzazione mafiosa – al rafforzamento dell’associazione criminale, configurando così il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Un nuovo caso politico e giudiziario in Sicilia
L’inchiesta rappresenta un nuovo duro colpo per l’immagine dell’amministrazione regionale siciliana, già segnata negli anni da numerose indagini su infiltrazioni mafiose nella gestione degli appalti pubblici.
La posizione di Salvatore Iacolino appare particolarmente delicata anche sul piano politico. Il manager, considerato vicino al presidente della Regione Renato Schifani, era stato recentemente nominato alla guida del Policlinico di Messina dopo aver ricoperto per anni ruoli di vertice nel sistema sanitario regionale.
Le indagini proseguono per chiarire l’ampiezza della rete di relazioni costruita dal boss Carmelo Vetro e verificare se altri funzionari pubblici o imprenditori abbiano contribuito al sistema corruttivo emerso dalle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Palermo.




