Si è concluso nella tarda serata di ieri il procedimento d’appello relativo a uno dei filoni dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Messina sul traffico illecito di droga e telefoni cellulari all’interno della casa circondariale “Madia” di Barcellona Pozzo di Gotto, coordinata dal procuratore distrettuale antimafia Antonio D’Amato. Dopo una lunga camera di consiglio, il collegio presieduto dalla giudice Katia Mangano ha emesso sei riduzioni di pena rispetto alle condanne di primo grado e ha confermato una sola sentenza.
Dal primo grado all’appello
In primo grado, celebrato con rito abbreviato davanti alla gup Ornella Pastore, furono sette le condanne inflitte nell’ambito di una tranche dell’inchiesta sul traffico di droga e telefoni cellulari all’interno del carcere di Barcellona Pozzo di Gotto. L’accusa ha ricostruito l’esistenza di una rete di contatti esterni e complicità interne che avrebbe consentito l’introduzione di sostanze stupefacenti e dispositivi vietati ai detenuti.
In appello il collegio giudicante ha ridimensionato in maniera significativa il quadro sanzionatorio per sei imputati, confermando invece integralmente la condanna di Florin Jianu. Questo il dettaglio delle pene di secondo grado: Francesco Giuseppe Calabrese: 3 anni e 4 mesi; Mihai Ciurar: 3 anni e 4 mesi; Enrico Pagano: 3 anni e 4 mesi – infermiere dell’Asp di Messina accusato di fare da “corriere” tra l’esterno e l’interno del carcere; Nando Russo: 3 anni; Sebastiano Russo: 3 anni e 4 mesi; Salvatore Selvaggio: 2 anni e 6 mesi; Florin Jianu: condanna confermata a 3 anni e 4 mesi.
Le riduzioni di pena sono il risultato delle valutazioni dei giudici di secondo grado in merito al quadro probatorio e al riconoscimento di attenuanti, mentre la conferma per Jianu evidenzia la tenuta degli elementi accusatori emersi nel corso dell’istruttoria.
Il contesto investigativo
La vicenda giudiziaria si inserisce in un quadro più ampio di indagini sulla circolazione di droga e cellulari all’interno delle carceri siciliane e italiane. Operazioni simili – talvolta con modalità anche innovative come l’uso di droni – sono state segnalate in altre province italiane, evidenziando come il fenomeno dell’introduzione di materiali vietati nelle strutture penitenziarie sia una criticità costante per le autorità giudiziarie e per l’amministrazione penitenziaria.
La sentenza d’appello, pur ridimensionando molte delle condanne di primo grado, conferma comunque un’impostazione accusatoria forte della Dda di Messina. Per molti imputati si profilano ora le tappe successive: il deposito delle motivazioni da parte del collegio giudicante, l’eventuale ricorso in Cassazione e la definizione del regime di esecuzione delle pene. Restano aperti anche altri filoni d’indagine che proseguono l’azione contro il traffico illecito di sostanze e dispositivi vietati all’interno delle carceri.




