Dopo sette anni di indagini, misure cautelari e sequestri milionari, si chiude con un verdetto di assoluzione il procedimento che aveva scosso l’entroterra siciliano. Il 22 settembre 2025 il Tribunale ha assolto con formula piena – perché il fatto non sussiste – l’imprenditore agricolo Antonio Di Dio, 38 anni, e i suoi familiari, coinvolti nelle inchieste antimafia “Nibelunghi” e “Terre Emerse”.
Le accuse, che andavano dal concorso esterno in associazione mafiosa all’intestazione fittizia di beni, dal riciclaggio alla truffa ai danni dei fondi europei AGEA, sono cadute tutte.
Le inchieste
Le operazioni “Nibelunghi” e “Terre Emerse”, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta tra il 2018 e il 2019, avevano acceso i riflettori sugli interessi di Cosa Nostra nel settore agricolo. Le indagini, condotte dalla Guardia di Finanza con il supporto dei Carabinieri, avevano portato a 23 indagati nelle province di Palermo, Messina, Catania ed Enna.
Secondo l’impianto accusatorio, Di Dio sarebbe stato un presunto tramite tra imprenditori agricoli e famiglie mafiose dei Nebrodi e delle Madonie. Ipotesi che, a distanza di anni e dopo un processo complesso, non ha trovato riscontro nelle aule di giustizia.

I beni sequestrati
Nel 2018 era stato disposto il sequestro di un ingente patrimonio: due società agricole, un’azienda individuale, diversi fabbricati rurali, circa 500 capi di bestiame e 800 ettari di terreni distribuiti tra le province di Palermo ed Enna, oltre a conti correnti e rapporti finanziari per un valore complessivo stimato in circa 7 milioni di euro.
La sentenza
Il giudice ha riconosciuto l’estraneità di Antonio Di Dio e della sua famiglia – assistiti dall’avvocato Benedetto Ricciardi del foro di Patti – che da tre generazioni operano nel settore agricolo. La sentenza rappresenta la parola fine a una vicenda che aveva segnato profondamente una famiglia di Capizzi.




