Il procedimento per l’omicidio del giovane Giuseppe Di Dio a Capizzi entra nella fase decisiva mentre prende forma, sul piano giudiziario, la ricostruzione degli investigatori su quanto accaduto la sera dell’1 novembre 2025. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Enna, Elisa d’Aveni, accogliendo la richiesta del sostituto procuratore Salvatore Interlandi, che ha sovrainteso le indagini svolte dai Carabinieri della Compagnia di Mistretta, ha disposto il giudizio immediato davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta per Giacomo Frasconà Filaro, vent’anni, per il padre Antonino, 49 anni, e per il fratello Mario, 19 anni. La prima udienza è stata fissata per il prossimo 19 giugno.
La ricostruzione
È una serata apparentemente normale quella del primo novembre a Capizzi. Nel piccolo centro dei Nebrodi la gente riempie i bar del paese, i ragazzi sostano lungo via Roma e le famiglie trascorrono le ultime ore della giornata nel centro storico. Ma secondo quanto emerso dalle indagini, da settimane vi sarebbero tensioni tra due gruppi familiari. Una rivalità fatta di minacce, rancori e vecchi conti rimasti aperti.
L’incontro al bar “2000”
Intorno alle 21:20 una Fiat Punto bianca arriva davanti al bar “2000”, in via Roma. A bordo ci sono Giovanni Callozzo e i fratelli Giacomo e Mario Frasconà Filaro. Entrano nel locale e ordinano delle birre al bancone. L’atmosfera all’inizio sembra tranquilla. Nel bar però si trovano anche Antonino Novembre, la moglie Laura e il figlio Giuseppe. Seduti poco distante ci sono altri clienti che assisteranno ai fatti e che – in seguito – poi verranno ascoltati dagli investigatori.
Quando la famiglia Novembre si prepara ad andare via, Antonino si avvicina al bancone per pagare. È in quel momento che si gira verso i fratelli Frasconà e pronuncia una frase – secondo quanto riferito da testimoni – che riaccende immediatamente lo scontro: “ricordatevi che siete venuti a casa mia a minacciarmi con la pistola, vi appizzo ad un albero”. Antonino Novembre ricorda un precedente episodio in cui, secondo quanto afferma, i due fratelli si sarebbero presentati sotto casa sua anche armati di pistola.
L’aggressione in strada
Alle 21:52 Giacomo Frasconà e Giovanni Callozzo escono dal bar, mentre Mario Frasconà rimane all’interno del locale. I due si dirigono verso l’auto parcheggiata poco distante. Ma alle loro spalle arrivano di corsa Antonino Novembre e il figlio Giuseppe. Il giovane Novembre si precipita verso la propria auto e prende un bastone. Il padre invece punta direttamente verso Giacomo Frasconà.

La situazione precipita in pochi secondi. Antonino afferra Giacomo Frasconà per il collo della camicia e lo sbatte contro la fiancata dell’auto di Callozzo. Il figlio Giuseppe lo aiuta a bloccarlo contro la vettura. A quel punto iniziano i colpi. Antonino colpisce Giacomo con pugni al volto, mentre Giuseppe usa il bastone. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza al vaglio degli inquirenti sono chiare.
Secondo le testimonianze raccolte confermano tutto. La scena appare particolarmente concitata. Callozzo e un altro uomo, Antonio Fascetto, cercano di intervenire per dividerli. Ma non ci riescono. Per alcuni secondi sembra impossibile fermare l’aggressione. Antonino Novembre continua a stringere Giacomo al collo da dietro mentre il figlio continua a colpirlo.
Solo dopo un lungo ed interminabile istante Giacomo riesce a liberarsi, ma anche allora la tensione non si spegne. Giuseppe Novembre continua a inveire contro di lui brandendo ancora il bastone. Arriva anche Laura, moglie di Antonino Novembre.
Le urla riempiono la strada. Secondo le registrazioni audio delle telecamere di sorveglianza, durante quei momenti vengono pronunciate minacce e riferimenti continui alla pistola che i Frasconà avrebbero avuto nelle settimane precedenti. Giuseppe Novembre urla più volte chiedendo dove sia stata nascosta l’arma. Giacomo Frasconà risponde che la pistola sarebbe stata buttata via.
Il ritorno verso casa e il panico della madre
Dopo l’aggressione Giacomo Frasconà e Callozzo si allontanano in auto. Poco più avanti fanno salire a bordo Grazia Schillirò, madre di Giacomo. La donna è inquieta, agitata. L’auto raggiunge la zona dell’abitazione dei Frasconà, vicino alla caserma dei carabinieri. Giacomo scende e corre rapidamente verso le scale che portano a casa.
La madre rimane qualche minuto in strada a parlare con Callozzo, cerca di farsi spiegare quel che è successo. Poi all’improvviso cambia tutto. La donna teme che il figlio potrebbe essere andato a prendere la pistola. Inizia a urlare disperata chiamando a squarciagola il figlio. Corre verso la caserma dei carabinieri, citofona insistentemente e piange ripetendo ad alta voce “mamma mia, mamma mia voglio morire”, parole catturate dalla telecamera di sorveglianza. Poi, senza attendere la risposta dai Carabinieri, parte di corsa verso la piazza.

Un atteggiamento di paura che induce gli inquirenti a pensare che in quel momento Grazia Schillirò intuisce chiaramente le intenzioni del figlio: vuole tornare indietro a vendicarsi. Vuole tornare indietro per regolare la questione con la pistola.
La corsa verso il centro del paese
Giacomo Frasconà però è già ripartito a piedi verso il centro di Capizzi. Le telecamere comunali lo riprendono mentre cammina velocemente in direzione delle “Tre Croci”. Sul marciapiede opposto c’è la madre che disperata cerca affannosamente di raggiungerlo mentre parla al telefono.
In quei momenti passa anche la Fiat Punto guidata dal padre Antonino Frasconà, con a bordo Mario. Grazia Schillirò richiama la loro attenzione. Poi tenta l’ultima mossa: prova fisicamente a bloccare Giacomo al centro della strada. Ma il giovane la spinge violentemente a terra e continua a correre.
Il padre si ferma pochi secondi accanto alla moglie caduta. Lei gli indica la direzione presa dal figlio. A quel punto Antonino Frasconà inverte la marcia e riparte verso il centro del paese nel tentativo di fermare il figlio.
Il ricongiungimento davanti al bar
Poco dopo Giacomo arriva di nuovo nei pressi del bar “2000”. Dietro di lui sopraggiunge la Fiat Punto del padre con il fratello Mario a bordo. Secondo le registrazioni audio, Giacomo invita il padre a proseguire rapidamente. Qualcuno urla di scendere dall’auto. Lui appare confuso, chiede anche dove si trovi il fratello Mario e gli viene indicato che è già dentro la macchina. A quel punto sale sul sedile posteriore della Punto che riparte. Auto che qualche istante dopo incrocia Giuseppe Novembre.
In quel momento Giacomo ha la possibilità di vendicarsi e sparare contro Giuseppe Novembre, che si trovava a poca distanza, ma stranamente non lo fa. L’auto prosegue verso la zona alta del paese, fino alle “Tre Croci”, dove effettua un’inversione di marcia e torna indietro.
Davanti al bar Millennium
Nel frattempo, davanti al bar Millennium e vicino alla scuola primaria, ci sono diversi ragazzi che parlano tra loro. Tra questi ci sono Giuseppe Di Dio e i suoi amici. Sono lì per trascorrere la serata come tanti altri giovani del paese. Una serata diversa, all’insegna della spensieratezza e del divertimento.
La Fiat Punto dei Frasconà arriva davanti al locale e si ferma improvvisamente in doppia fila. Dal sedile posteriore lato guida scende Giacomo Frasconà. Ha in mano una pistola Mauser calibro 6.35.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, esplode alcuni colpi d’arma da fuoco verso il gruppo. Tre colpi in rapida successione. Le persone presenti capiscono immediatamente cosa sta accadendo. Scoppia il panico. Chi può fugge verso la piazza e il municipio. Altri si gettano a terra o cercano riparo dietro le auto parcheggiate.
Giuseppe Di Dio viene colpito mortalmente, Giuseppe Fiordaliso resta ferito. Giuseppe Di Dio si porta le mani in faccia, al collo si accorge di stare perdendo sangue. Tanto sangue. Si dirige e riesce a raggiungere a piedi la vicina la Guardia Medica, a poche decine di metri da dove era stato colpito. Viene immediatamente soccorso dai medici e dal personale del 118. Ma l’emorragia è troppo copiosa e da lì a poco, il suo cuore smette di battere.
Il disarmo e la fuga
Nel frattempo, subito dopo gli spari alcuni ragazzi coraggiosi reagiscono. Invece di scappare si lanciano contro Giacomo Frasconà. Riescono a bloccarlo contro una porta e poi a farlo cadere a terra. Durante la colluttazione l’arma si inceppa e il giovane viene disarmato. Passano pochi secondi. La Fiat Punto guidata dal padre riparte e si allontana.
Giacomo invece, ignaro di aver colpito qualcuno, ma conscio d’aver fatto una grossa stupidagine, fugge a piedi verso la caserma dei carabinieri, probabilmente in cerca di protezione. Le telecamere lo riprendono mentre arriva all’ingresso e suona al citofono. Indossa ancora gli abiti sgualciti e presenta segni evidenti della colluttazione avvenuta subito dopo la sparatoria.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, quella notte la spirale di violenza iniziata con il pestaggio davanti al bar “2000” si sarebbe trasformata, nel giro di meno di mezz’ora, in una spedizione armata culminata con l’uccisione del giovane Giuseppe Di Dio e il ferimento di Giuseppe Fiordaliso.
E così, quella che doveva essere una vicenda maturata, secondo gli investigatori, nel contesto di forti tensioni tra gruppi familiari, segnate da rancori si è trasformata in una tragedia immensa, che ha spezzato la vita di un ragazzo estraneo a quella spirale di odio.
Giuseppe Di Dio quella sera era lì come tanti altri giovani del paese: per ridere, parlare con gli amici, trascorrere qualche ora di spensieratezza. In pochi istanti, invece, si è ritrovato travolto da una violenza cieca che non gli apparteneva e che gli ha tolto il futuro.
La sera dell’1 novembre 2025, a Capizzi, ha perso la vita un giovane ragazzo ed è stata scossa la serenità di un intero paese, costretto ancora oggi a confrontarsi con una vicenda che continua a suscitare amarezza e interrogativi.
Una storia drammatica che, tra pochi giorni, entrerà nel vivo del suo iter giudiziario e che, forse, avrebbe potuto avere un epilogo diverso. Nei giorni successivi ai fatti, ma anche prima, in paese circolavano voci insistenti secondo cui i Frasconà fossero da tempo in possesso di un’arma. Circostanza che, se confermata, in sede giudiziaria potrebbe aprire ulteriori interrogativi non solo sulla dinamica dell’accaduto, ma anche sull’eventuale consapevolezza di chi, pur essendo a conoscenza di quei timori o sospetti, non è intervenuto. Saranno ora le indagini e il dibattimento processuale a chiarire ogni aspetto della vicenda, accertando eventuali responsabilità e verificando se vi siano stati segnali sottovalutati che avrebbero potuto evitare la tragedia.




