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Capizzi scende in piazza per svegliare la giustizia

Venerdì 7 novembre, alle ore 17:30, Capizzi non sarà soltanto un piccolo centro dei Nebrodi. Sarà un grido collettivo. Dallo “Spiazzale Tre Croci” partirà un corteo che attraverserà le vie del paese per chiedere giustizia per Giuseppe Di Dio, sedici anni appena, strappato alla vita in quella maledetta sera di sabato 1 novembre.

Un corteo che non nasce dalla rabbia cieca, ma dalla lucidità di chi ha capito che questa tragedia non è stata un fulmine a ciel sereno. No: quello che è accaduto a Capizzi era prevedibile. Forse evitabile, considerando che per mesi i segnali si erano accumulati, chiari e insistenti, davanti agli occhi di chi aveva il potere di agire.

Eppure, chi doveva agire non ha fatto nulla. Sotto accusa è la Procura di Enna, che ancora non ha fornito risposte alle domande più scomode: quelle dei cittadini, quelle di una famiglia che piange un figlio di soli 16 anni.

Quell’istituzione che dovrebbe spiegare se quelle denunce le ha lette, se ha capito che la situazione poteva degenerare, se ha minimizzato e, se lo ha capito, perché non è intervenuta. La Procura che si è svegliata solo al rumore degli spari.

Perché in Italia funziona così: si agisce solo dopo. Dopo le tragedie, dopo le lacrime. Quando le denunce diventano fascicoli da allegare a indagini postume.

Allora sì, scatta la corsa a “fare chiarezza”, con interviste, comunicati e rimbalzi di responsabilità. Ma quando serviva davvero chiarezza, quando i carabinieri segnalavano che qualcuno in paese girava armato, quando le minacce erano già state denunciate, la giustizia guardava altrove.

È troppo comodo rifugiarsi dietro formule di rito: “mancavano elementi”, “non c’erano estremi”, “la legge non consente”. Ma la legge non vieta di ascoltare. Non vieta di vigilare. Non vieta di prevenire.

Il corteo del 7 novembre sarà, allora, qualcosa di più di una marcia per un ragazzo. Sarà un atto di stimolo e di accusa contro quella parte di Stato che ha visto arrivare la tempesta e ha preferito chiudere le finestre.

Oggi, nei paesi dei Nebrodi, Giuseppe non è solo un nome. È il simbolo di una giustizia che non ha saputo ascoltare, di un sistema che si muove solo quando il sangue scorre, di un’Italia che continua a confondere il garantismo con l’immobilismo.

Venerdì, le strade di Capizzi non saranno soltanto percorse da un corteo. Saranno attraversate da una domanda semplice e legittima: chi protegge i cittadini?

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