A Capizzi, sui Nebrodi, si copre una porzione di muro rivestita in pietra per preparare la superficie destinata a un murales. Accanto, il resto della pietra rimane a vista. Una fascia grigia interrompe la continuità della parete, in attesa dell’opera intitolata “Pace e Serenità”. Un nome che, per il momento, sembra descrivere soprattutto ciò che la scelta del luogo non è riuscita a garantire.
A sollevare pubblicamente il caso è il consigliere comunale di minoranza Paolo Calandra, la cui presa di posizione ha raccolto il consenso di numerosi cittadini, perplessi di fronte alla scelta di coprire la pietra per ricavare lo spazio destinato al murales. La contestazione investe il criterio seguito dall’Amministrazione: perché intervenire su una parete già rivestita, quando una superficie in cemento ancora da rifinire avrebbe potuto accogliere il dipinto e trarne un effettivo beneficio estetico? È questa la contraddizione al centro della polemica: si poteva dare valore a un muro anonimo, invece si è scelto di nascondere il carattere di quello esistente.
Secondo i riferimenti riportati nel post, il progetto beneficia di un contributo di 4.500 euro dell’assessorato regionale della Famiglia, delle Politiche sociali e del Lavoro, destinato alle Consulte giovanili e femminili e concesso con il DRS numero 954 del 24 marzo 2026. La somma sarebbe stata inserita nel bilancio comunale con la deliberazione consiliare numero 5 del 26 maggio.
Risorse utili, dunque, e un’opportunità per promuovere partecipazione e creatività. Ma ottenere un finanziamento e scegliere bene come utilizzarlo sono due responsabilità distinte. Il merito di avere portato fondi in paese non risolve automaticamente ogni domanda sulla qualità dell’intervento.
Nel suo post il consigliere riconosce il valore dell’arte urbana, esclude contestazioni alla ditta incaricata e concentra la critica sulla collocazione. Chiede all’Amministrazione chi abbia individuato quel muro, con quale atto e se sia ancora possibile trasferire il progetto su un’altra parete, recuperando la superficie coperta.
Sono domande che meritano una risposta nel merito. Perché un’opera pubblica, anche piccola, comprende sempre due scelte: che cosa realizzare e dove realizzarlo. La bontà dell’idea non rende indifferente il luogo.
Dalla fotografia non si possono stabilire l’età precisa del muro, un eventuale valore storico o le condizioni tecniche per ripristinarlo. Ma per discutere l’opportunità della scelta non occorre attribuirgli un pregio monumentale. Basta osservare l’accostamento tra la pietra rimasta scoperta e il riquadro intonacato, e domandarsi quale rapporto dovrà avere il dipinto con ciò che lo circonda.
È qui che il caso di Capizzi assume un interesse più ampio. Nella Sicilia che affida ai borghi una parte del proprio racconto turistico e culturale, la valorizzazione deve misurarsi anche con le decisioni minute: materiali, superfici, proporzioni, continuità degli spazi. L’identità di un paese non abita soltanto nelle chiese e nei palazzi. Passa anche attraverso i muri che accompagnano la vita quotidiana.
L’arte contemporanea può entrare in questi luoghi e arricchirli. Proprio per questo la sua collocazione richiede attenzione. Un murales può restituire carattere a una parete anonima; inserirlo altrove richiede una motivazione capace di spiegare che cosa aggiunge e perché valga la pena modificare ciò che esiste.
La polemica ha alimentato anche la proposta di una raccolta di firme per chiedere il ripristino del muro, con spese a carico di chi ha deciso e realizzato l’intervento. Una richiesta che esprime il malcontento, mentre eventuali responsabilità e costi da addebitare restano da accertare. L’Amministrazione ha l’occasione di chiarire le ragioni della scelta, mostrare il progetto e spiegare quali alternative siano state considerate. E, se emergesse una collocazione migliore, correggere la decisione sarebbe un segno di attenzione verso il paese.
Per un’iniziativa destinata ai giovani, sarebbe anche una lezione concreta di partecipazione: le osservazioni dei cittadini possono migliorare un progetto, persino quando arrivano dopo l’avvio dei lavori. Prima di dipingere “Pace e Serenità”, a Capizzi sarebbe utile mettere a fuoco un’altra parola: cura. Quella che impone di guardare un muro prima di considerarlo soltanto uno spazio da riempire.




