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Carceri siciliane al limite: detenuti ammassati, agenti feriti e uno Stato che arriva sempre dopo

C’è un’immagine che, più di qualsiasi dichiarazione, descrive la situazione del carcere di Cavadonna: il garante dei detenuti di Siracusa, Giovanni Villari, fermo fuori dall’istituto perché non era possibile garantirne la sicurezza.

Se neppure la figura istituzionale chiamata a verificare le condizioni delle persone private della libertà può varcare l’ingresso di una casa circondariale, vuol dire che il problema ha ormai superato i confini della normale gestione penitenziaria. La rivolta è terminata, ma dentro quelle mura la tensione non si è spenta.

I colloqui con i familiari sono ripresi, mentre diversi servizi continuano a essere limitati perché una parte degli agenti feriti non è ancora tornata al lavoro. Il bilancio dell’ultimo grave episodio è di undici appartenenti alla Polizia penitenziaria rimasti feriti, sette accompagnati all’ospedale di Siracusa e quattro ad Avola. Alcuni agenti, secondo la ricostruzione dell’Osapp, sarebbero stati costretti a saltare da un’altezza di circa quattro metri per sottrarsi al lancio di pietre, calcinacci e sbarre.

Sono fatti gravissimi. Aggredire chi lavora, devastare una struttura, impossessarsi delle chiavi, distruggere telecamere o utilizzare oggetti come armi non può essere considerato una forma legittima di protesta. Le responsabilità personali devono essere accertate e perseguite.

Ma fermarsi a questa constatazione, per quanto doverosa, significherebbe raccontare soltanto l’esplosione e ignorare la polvere accumulata per mesi, forse per anni.

Un agosto di rivolte e violenze

Quella del 27 agosto non è stata un’improvvisa anomalia. A Cavadonna, durante lo stesso mese, si sono verificati diversi episodi ravvicinati. Il 16 agosto una protesta scoppiata durante una perquisizione sarebbe degenerata nel rifiuto di fare entrare gli agenti in un reparto, con alcuni detenuti che avrebbero utilizzato forbici trasformate in lame. Il 23 agosto una trentina di reclusi ha occupato un blocco dopo la sottrazione delle chiavi a un agente. La situazione è proseguita per circa cinque ore e ha richiesto l’arrivo di rinforzi da altri istituti siciliani.

Il 26 agosto una violenta rissa tra detenuti italiani e stranieri ha provocato diversi feriti. Il giorno successivo il mancato rientro nelle celle si è trasformato in una nuova rivolta, con detenuti barricati e saliti sui tetti. Per riprendere il controllo sono stati richiamati agenti liberi dal servizio, mentre Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di finanza hanno presidiato il perimetro esterno. Una sequenza documentata anche da RaiNews.

Alla base delle proteste sarebbero state segnalate anche la mancanza di acqua calda, la presenza di cimici, il caldo insopportabile e l’impossibilità di trascorrere tempo all’aperto se non nelle ore con le temperature più elevate.

Queste condizioni non assolvono chi ha commesso violenze. Spiegano, però, perché un istituto già fragile possa diventare una polveriera nella quale basta un episodio per fare saltare ogni equilibrio.

I numeri del sovraffollamento

I dati ufficiali del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria fotografano una crisi che non riguarda soltanto Siracusa. Al 31 luglio 2026 nelle carceri italiane erano presenti 64.793 detenuti a fronte di 51.221 posti regolamentari, con un tasso di affollamento teorico del 126,5 per cento.

In Sicilia, nei 23 istituti penitenziari, si contavano 7.257 persone recluse per 6.442 posti, cioè 815 detenuti oltre la capienza dichiarata dal Ministero della Giustizia. E si tratta di una capienza teorica, dalla quale andrebbero sottratti gli spazi eventualmente indisponibili per lavori, guasti o problemi strutturali. I dati sono riportati nelle statistiche del Ministero della Giustizia.

Per Cavadonna il dato ministeriale registra 718 detenuti per 545 posti, mentre durante una visita effettuata il 27 luglio il garante ne aveva contati 724. L’Osapp parla di circa trecento presenze oltre la capacità effettivamente sostenibile e denuncia una carenza di una settantina di agenti rispetto al fabbisogno.

Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria avrebbe assicurato l’invio di un contingente straordinario per alcuni mesi. Una misura necessaria per ristabilire i controlli, ma che non risolve la carenza strutturale: il personale inviato temporaneamente prima o poi andrà via, mentre il sovraffollamento e una pianta organica non più adeguata resteranno.

Gli agenti lasciati in prima linea

È un errore contrapporre i diritti dei detenuti alla sicurezza degli agenti. Nel sistema penitenziario che sta mostrando tutte le proprie crepe, gli uni e gli altri sopportano le conseguenze delle medesime carenze.

I detenuti vivono stipati in spazi insufficienti, spesso con servizi sanitari inadeguati, caldo, problemi igienici e poche opportunità concrete di recupero. Gli agenti sono chiamati a controllare numeri eccessivi di persone, a coprire turni pesanti e a intervenire in situazioni pericolose senza organici, mezzi e supporti sufficienti.

Quando il sistema arretra, la Polizia penitenziaria rimane l’ultimo argine. Ed è sugli uomini e sulle donne in divisa che finiscono per scaricarsi le conseguenze di tutto ciò che non è stato risolto prima.

L’Osapp ha chiesto interventi strutturali e un avvicendamento ai vertici della direzione e del comando del reparto di Cavadonna. Il sindacato pretende inoltre che venga chiarito chi abbia disposto l’intervento sul tetto e con quali garanzie per il personale.

Sono domande alle quali occorre rispondere. Verificare la correttezza delle decisioni assunte durante un’emergenza non significa indebolire l’autorità dello Stato, ma proteggere chi è chiamato a rappresentarla. Allo stesso tempo sarebbe riduttivo attribuire a una sola persona responsabilità che sembrano avere radici organizzative molto più profonde.

Il Malaspina e l’emergenza negli istituti minorili

La crisi non riguarda soltanto le carceri per adulti. Al Malaspina di Palermo l’ennesimo incendio ha provocato il ferimento di cinque agenti, mentre sei giovani detenuti sono stati accompagnati in ospedale per accertamenti. I sindacati hanno proclamato lo stato di agitazione e chiesto la chiusura temporanea dell’istituto per consentirne la ristrutturazione. La Repubblica ha precisato che la decisione di sostituire la direttrice Clara Pangaro con Girolamo Monaco sarebbe stata presa prima dell’incendio, senza che sia stata resa pubblica una relazione tra i due fatti.

Il garante dei detenuti di Palermo, Pino Apprendi, considera quella rimozione una risposta sproporzionata rispetto a problemi segnalati da tempo. Apprendi richiama anche gli effetti prodotti dall’aumento delle presenze negli istituti minorili e dai trasferimenti di ragazzi lontano dalle proprie famiglie.

Molti giovani, soprattutto stranieri, vengono spostati al Sud pur avendo i familiari nel Nord Italia. Restano senza visite, denaro, vestiti e punti di riferimento. È un isolamento dentro l’isolamento che può alimentare frustrazione, disagio psichico e comportamenti violenti.

Anche in questo caso comprendere le cause non significa giustificare gli incendi o le aggressioni. Significa impedire che la risposta dello Stato si limiti al trasferimento dei responsabili o alla sostituzione di un dirigente, lasciando intatto tutto il resto.

Il diritto alla salute che si ferma davanti alle sbarre

Tra le criticità più gravi c’è poi l’assistenza sanitaria. Secondo quanto denunciato dai garanti, al Malaspina durante le ore notturne non sarebbe garantita la presenza continuativa di un medico e neppure di un infermiere. A Cavadonna vengono segnalati ritardi nelle visite specialistiche e negli interventi, carenza di professionisti e detenuti costretti ad attendere per mesi cure che fuori dal carcere sarebbero già difficili da ottenere.

La privazione della libertà non può diventare privazione del diritto alla salute. Una pena detentiva non comprende il diritto dello Stato a lasciare una persona senza cure, né quello di costringere gli agenti a gestire emergenze sanitarie che richiederebbero personale specializzato.

Un possibile passo avanti arriva da Messina. L’Asp ha pubblicato il 14 luglio una manifestazione d’interesse per un servizio di telemedicina destinato agli istituti penitenziari del territorio. L’avviso, scaduto il 22 luglio, potrebbe consentire consulti più rapidi e ridurre i trasferimenti esterni, che richiedono mezzi e agenti per le scorte. La procedura è consultabile sul portale degli appalti dell’Asp di Messina.

La tecnologia può aiutare, ma non può sostituire la presenza di medici, infermieri, psicologi ed educatori. E soprattutto non può diventare l’alibi per rinviare ancora il potenziamento dell’assistenza sanitaria penitenziaria.

Il carcere non può essere soltanto un contenitore

La risposta alle rivolte non può essere esclusivamente repressiva. Punire chi aggredisce gli agenti è necessario, ma senza interventi sul sovraffollamento, sugli organici, sulla sanità e sulle strutture si continuerà a intervenire soltanto quando il carcere sarà già in fiamme.

Servono trasferimenti programmati, personale stabile, formazione, manutenzione, assistenza sanitaria continuativa, supporto psicologico e reali percorsi di lavoro e rieducazione. Servono anche misure alternative per chi possiede i requisiti previsti dalla legge, perché occupare inutilmente un posto in carcere non aumenta la sicurezza dei cittadini: sottrae risorse al controllo dei detenuti realmente pericolosi.

La Costituzione stabilisce che la pena non possa tradursi in un trattamento contrario al senso di umanità e debba tendere alla rieducazione. Non è una concessione ai detenuti. È un obbligo dello Stato e una garanzia per l’intera collettività.

Un carcere degradato non rieduca, esaspera. Un carcere sovraffollato non garantisce maggiore sicurezza, la riduce. Un carcere senza personale sufficiente espone gli agenti a rischi inaccettabili.

Cavadonna e il Malaspina non sono emergenze improvvise. Sono il risultato di segnali ignorati, carenze trascinate e responsabilità rinviate. Continuare a intervenire soltanto dopo ogni rivolta significa aspettare consapevolmente il prossimo incendio e il prossimo elenco di feriti.

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