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Caronia, la bambina nata in autostrada oggi sorride: ritrovare la vita dopo aver raccontato la paura

Ci sono notizie che il tempo consuma. E poi ce ne sono altre che il tempo restituisce, arricchite di un significato nuovo. Ieri sera, al ristorante Le Arcate di Caronia, parte del gruppo di lavoro di QuadroChiaro si era ritrovata per una cena tra colleghi. Una serata come tante, fatta di racconti, risate e del bisogno, ogni tanto, di fermarsi dopo mesi trascorsi a rincorrere notizie.

Nella sala accanto, però, c’era un’altra festa. Il compleanno di una bambina. All’inizio era soltanto una delle tante ricorrenze familiari che animano le sere d’estate. Poi qualcuno ha pronunciato un nome, Francesca, e ci ha aiutati a collegare quel volto a una storia, risvegliando in noi un ricordo. Era lei. La bambina della quale, esattamente un anno fa, avevamo raccontato per primi la nascita più incredibile e drammatica dell’estate siciliana.

Quando la cronaca diventa memoria

L’8 luglio dello scorso anno raccontammo la corsa disperata di una giovane coppia di Caronia verso il Policlinico di Messina. Oltre cento chilometri da percorrere perché nei Nebrodi non esiste più un punto nascita capace, sotto tutti i punti di vista della sicurezza, di assistere una donna in travaglio. Raccontammo l’ansia, la paura, le contrazioni sempre più ravvicinate.

Raccontammo l’auto che si fermò all’uscita autostradale di Gazzi. Raccontammo quella bambina venuta al mondo prima ancora di arrivare in ospedale, tra le braccia della madre, con il padre impotente ma determinato a fare tutto ciò che era possibile, fino all’arrivo del 118. Ma raccontammo anche qualcosa di ancora più doloroso.

Quella famiglia, pochi anni prima, aveva già affrontato un viaggio simile. E quella volta il destino era stato crudele: il loro primo figlio non era sopravvissuto. Per questo la nascita di Francesca non fu soltanto un parto rocambolesco. Fu una rivincita della vita contro un dolore che sembrava impossibile da superare. Per un anno quella storia è rimasta impressa nella memoria di tanti lettori. Ieri sera, invece, davanti ai nostri occhi non c’era più una notizia. C’era una bambina serena, che rideva e spegneva la sua prima candelina circondata dall’affetto della famiglia.

Il valore delle storie

Chi fa il mestiere del giornalista è spesso abituato ad arrivare quando accade qualcosa di tragico. Incidenti. Lutti. Inchieste. Emergenze. Molto più raramente ha la possibilità di tornare sui luoghi delle proprie notizie e ritrovare i volti cambiati dal tempo, dalla serenità, dalla normalità.

Francesca, ieri sera, inconsapevolmente ci ha ricordato anche questo. Che dietro ogni articolo ci sono persone vere. Che dietro ogni titolo esistono famiglie che continuano a vivere quando i riflettori si spengono. Che la cronaca non è fatta soltanto di fatti, ma di destini.

Mentre uscivamo dal ristorante ci siamo soffermati su un pensiero. Un anno fa quella bambina rappresentava, suo malgrado, il simbolo delle difficoltà sanitarie dei Nebrodi, costretti ancora oggi a percorrere centinaia di chilometri per un diritto fondamentale come quello di partorire in sicurezza. Quel problema purtroppo non è scomparso. Ma ieri sera, almeno per qualche istante, ha prevalso un’altra immagine. Quella di una famiglia finalmente serena.

Ed è bello pensare che, qualche volta, il giornalismo abbia la fortuna di assistere anche a questo: vedere una notizia trasformarsi in un sorriso. Perché, in fondo, ci sono storie che non finiscono con la pubblicazione di un articolo. Cominciano proprio da lì.

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