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Carrozzoni senza fine: la galassia delle partecipate siciliane che divora soldi pubblici

Ci sono mali della politica che cambiano nome a ogni stagione. E poi ci sono quelli che non passano mai. In Sicilia appartiene a questa seconda categoria il grande arcipelago degli enti regionali, dei consorzi e delle società partecipate: un sistema che resiste a tutto, perfino ai bilanci in perdita.

Da decenni la Regione siciliana convive con una galassia di organismi pubblici che dovrebbero produrre servizi, sviluppo, efficienza amministrativa. In teoria. In pratica molti di questi enti sono diventati strutture che sopravvivono soprattutto a se stesse: bilanci fragili, debiti accumulati, personale spesso sovradimensionato, riforme annunciate e mai completate.

Ogni anno la stessa scena si ripete con una puntualità quasi rituale. La Corte dei Conti presenta le sue relazioni, segnala criticità, parla di danni erariali, invita a razionalizzare il sistema delle partecipate. E ogni anno la politica promette interventi, accenna a riforme, annuncia accorpamenti o liquidazioni che raramente arrivano fino in fondo.

Nel frattempo il sistema continua a funzionare secondo una logica tutta sua. Ci sono enti che chiudono i bilanci con perdite milionarie, consorzi che accumulano debiti e società pubbliche che restano in piedi grazie ai trasferimenti della Regione. Il paradosso è che queste strutture, nate per rendere più efficiente la macchina pubblica, finiscono spesso per diventare il contrario: un costo fisso che pesa sui conti regionali e quindi sui contribuenti.

Non si tratta solo di numeri. Dietro i bilanci in rosso c’è una cultura amministrativa che negli anni ha tollerato l’idea che certi organismi pubblici possano esistere indipendentemente dai risultati. È il meccanismo del carrozzone: strutture difficili da riformare perché intrecciate con equilibri politici, interessi territoriali e reti di potere sedimentate nel tempo.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Mentre le casse pubbliche cercano equilibrio tra vincoli di bilancio e servizi ai cittadini, una parte del sistema continua a muoversi con lentezza burocratica e costi elevati. Piccoli affidamenti, consulenze, incarichi, spese di funzionamento: singolarmente possono sembrare marginali, ma nel loro insieme compongono un quadro molto più pesante.

La domanda che torna ciclicamente è sempre la stessa: perché è così difficile intervenire? La risposta, probabilmente, sta nella natura stessa di questi enti. Sono formalmente autonomi, ma profondamente inseriti nella rete della politica regionale. Toccarli significa entrare in un terreno dove amministrazione e consenso si intrecciano.

Eppure il problema non è più rinviabile. In un contesto economico in cui ogni euro pubblico dovrebbe essere utilizzato con la massima attenzione, mantenere in vita strutture inefficienti non è soltanto una questione contabile. È una questione di credibilità delle istituzioni.

Perché la vera frattura non è tra numeri in attivo o in rosso. È tra cittadini che pagano le tasse e un sistema pubblico che spesso sembra incapace di chiedere a se stesso la stessa responsabilità che pretende dagli altri.

Finché questa distanza resterà così ampia, ogni promessa di riforma rischierà di restare quello che troppo spesso è stata negli ultimi decenni: una dichiarazione di principio destinata a scontrarsi con la straordinaria capacità di sopravvivenza dei carrozzoni pubblici.

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