Quattro anni e due mesi dopo la morte del ciclista di Acquedolci sul lungomare di Sant’Agata di Militello, gli accertamenti disposti a Ivrea ribaltano la tesi del malore su cui il GIP di Patti aveva archiviato. I legali Congedo e Greco chiedono di riesaminare il caso.
Per la moglie di Federico Latteri, Angelina Miraglia, il punto fermo è sempre stato uno: suo marito, non è morto per un malore. Oggi quella convinzione trova sostegno in nuove perizie, che la difesa porta davanti all’autorità giudiziaria con una richiesta formale: la riapertura delle indagini sul decesso del cinquantunenne di Acquedolci, avvenuto dopo un incidente stradale nel luglio 2022.
L’istanza è firmata dagli avvocati Claudio Congedo e Giuseppe Greco. Secondo la loro ricostruzione, gli accertamenti tecnici disposti nel procedimento in corso davanti al Tribunale di Ivrea hanno smentito il presupposto scientifico dell’archiviazione pronunciata dal GIP di Patti.
I fatti: il 24 luglio 2022
Latteri, dipendente del Comune di Acquedolci e appassionato di ciclismo, era in sella alla sua bicicletta lungo il lungomare di Sant’Agata di Militello. Secondo le cronache dell’epoca fu coinvolto in un incidente con una Toyota Yaris che procedeva nella sua stessa direzione. Fu trasportato all’ospedale cittadino, dove morì. Come prassi in questi casi, la Procura di Patti aprì un fascicolo per omicidio colposo e iscrisse nel registro degli indagati la conducente dell’auto.
L’archiviazione fondata sull’infarto
L’inchiesta prese però un’altra direzione. Sulla base della consulenza medico-legale del dottor Giovanni Andò, la tesi accolta fu che Latteri fosse stato colpito da un infarto improvviso mentre pedalava, perdendo il controllo della bicicletta. In quest’ottica il contatto con l’auto sarebbe stato la conseguenza del malore e non la causa della morte. Ne derivava l’assenza di un nesso causale con la condotta di terzi, e il GIP del Tribunale di Patti dispose l’archiviazione.
La famiglia non accettò quell’esito. Diceva anche che nella documentazione ospedaliera non ci fosse traccia di un infarto, e che Federico fosse ancora cosciente e in grado di comunicare quando arrivò in ospedale. I legali avevano poi indicato due criticità nell’indagine: l’esame istologico sarebbe stato condotto solo dal medico legale incaricato dalla Procura, senza il supporto di un anatomopatologo indipendente e i dati clinici dell’ospedale, privi di segni di infarto in atto, non sarebbero stati adeguatamente considerati.
La svolta: dall’infarto all’embolia polmonare gassosa
Il quadro, secondo il comunicato diffuso dalla difesa, è cambiato con i nuovi approfondimenti peritali disposti a Ivrea. Da quegli accertamenti, riferiscono i legali, l’ipotesi dell’infarto risulta esclusa in modo categorico. Le risultanze medico-legali indicherebbero invece come causa della morte un’embolia polmonare gassosa, riconducibile ai traumi riportati nell’impatto.
Si tratta di una condizione in cui bolle d’aria o di gas entrano nel circolo sanguigno e raggiungono i polmoni, ostacolando la circolazione. Può verificarsi in seguito a traumi. Il passaggio ha un peso giuridico evidente: se la morte discende dal trauma dell’urto e non da una patologia preesistente, cade il fondamento dell’archiviazione, cioè l’assenza di nesso causale tra l’evento stradale e il decesso.
Cosa succede ora
La difesa ha depositato gli atti per chiedere la riapertura delle indagini preliminari. Sul piano procedurale, dopo un’archiviazione le indagini possono essere riaperte solo con l’autorizzazione del giudice, su richiesta del pubblico ministero, in presenza di nuove investigazioni o elementi rilevanti. Toccherà quindi alla Procura valutare se le nuove risultanze abbiano questo peso. Al momento non risultano decisioni in merito.
Va ricordato che la posizione della conducente dell’auto è, allo stato, quella di una persona per cui il procedimento è stato archiviato. Nessuna responsabilità è stata accertata, e le nuove perizie non equivalgono a una valutazione di colpa.
La voce della famiglia
«La famiglia, dopo quattro anni e due mesi, non è stupita del risultato», sottolinea il comunicato: aveva sempre sostenuto che la morte non derivasse da un malore improvviso. Angelina Miraglia ribadisce lo spirito con cui porta avanti la vicenda: «Non ci sono né vincitori né vinti, noi combattiamo solo per la verità e perché il nostro Federico possa avere giustizia, dando voce a chi non può difendersi».
È la stessa linea che la moglie aveva espresso nel 2025, parlando di una battaglia senza spirito di vendetta, condotta per amore dei figli e dei nipoti e per restituire dignità alla memoria di Federico.




