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Caso Serradifalco, quando la legge si piega alla convenienza politica

Le leggi hanno un pregio e un difetto. Non interpretano gli umori della politica e non aspettano che i rapporti di forza trovino un equilibrio. Entrano in vigore e producono effetti. Fino a quando il Parlamento non le modifica o un giudice non le dichiara illegittime. È esattamente questo il principio che oggi la Regione Siciliana sembra avere smarrito.

Il caso di Serradifalco, che vede protagonista il sindaco Leonardo Burgio, esponente della Lega rieletto per il terzo mandato consecutivo nonostante la legislazione regionale continui a vietarlo nei Comuni con più di 5.000 abitanti, ha ormai superato i confini di una semplice controversia amministrativa. Serradifalco conta circa 5.500 residenti e, in base alla normativa siciliana tuttora vigente, Burgio non avrebbe potuto ricandidarsi.

La vicenda, però, non riguarda più soltanto la posizione del sindaco. Chiama direttamente in causa la credibilità della Regione Siciliana, la forza delle sue istituzioni e la loro capacità di far rispettare le leggi che il Parlamento regionale ha approvato e che, fino a prova contraria, continuano ad avere piena efficacia.

Il Parlamento siciliano ha scelto due volte. Due volte l’Assemblea regionale ha respinto la possibilità di estendere il terzo mandato ai sindaci dei Comuni oltre i cinquemila abitanti. Non è stato un incidente procedurale, né una dimenticanza. È stata una decisione politica. Quella decisione, piaccia o no, continua oggi a essere legge. Eppure Serradifalco racconta un’altra storia.

Leonardo Burgio ha ritenuto che la sentenza n. 16 del 2026 della Corte costituzionale avesse sostanzialmente superato la disciplina siciliana. È una tesi giuridica. Legittima da sostenere nelle sedi competenti. Meno comprensibile quando diventa il presupposto per disapplicare una norma ancora vigente prima che un giudice ne accerti l’illegittimità.

È una scelta che ribalta un principio elementare dello Stato di diritto: non è il singolo amministratore a stabilire quando una legge cessa di produrre effetti. Fin qui, però, la responsabilità appartiene a Burgio. Da settimane, invece, la responsabilità appartiene alla Regione. La Prefettura ha segnalato il caso. L’Assessorato alle Autonomie locali ha aperto il procedimento, ha acquisito le controdeduzioni e ha predisposto la proposta di rimozione prevista dall’articolo 40 della legge regionale. Da quel momento la vicenda non è più giuridica. È diventata politica.

Perché il procedimento si arresta proprio davanti all’ultimo passaggio: la firma del presidente della Regione. Ed è in quello spazio, fatto di attese e rinvii, che nasce il problema più serio. Una legge può essere giusta o sbagliata. Può essere destinata a cadere davanti alla Corte costituzionale. Può perfino essere modificata domani dall’Assemblea regionale. Ma finché rimane in vigore, le istituzioni hanno un solo dovere: applicarla. Diversamente si introduce un principio infinitamente più pericoloso della stessa controversia sul terzo mandato: quello secondo cui l’efficacia di una norma dipende dall’opportunità politica del momento.

Ed è qui che Serradifalco assume un valore che supera i confini del piccolo comune nisseno. Perché la domanda non è più se Burgio abbia ragione. La domanda è un’altra. Chi decide quando una legge regionale smette di essere vincolante? La Corte costituzionale? L’Assemblea regionale? Oppure il tempo necessario alla politica per trovare un compromesso che non scontenti nessuno?

In questa vicenda il silenzio della Regione pesa più delle dichiarazioni dei protagonisti. Pesa più delle memorie difensive. Pesa più delle conferenze stampa. Perché ogni giorno trascorso senza una decisione consolida un precedente. Ed è proprio il precedente l’aspetto più delicato. Domani qualsiasi amministratore potrebbe sentirsi autorizzato a seguire la medesima strada: ritenere superata una norma, candidarsi comunque, governare e attendere che siano gli altri a fermarlo.

Non è così che funziona uno Stato di diritto. Le norme non sono facoltative fino alla pronuncia di un giudice. Sono obbligatorie fino alla pronuncia di un giudice. La differenza è enorme. Sul piano politico, naturalmente, la vicenda è ancora più complessa.

Burgio è il commissario provinciale della Lega a Caltanissetta. La sua permanenza alla guida del Comune è diventata una bandiera del partito. Il Movimento per l’Autonomia, che esprime l’assessore alle Autonomie locali, rivendica invece la necessità di dare seguito al procedimento avviato. Nel mezzo c’è il presidente Schifani, chiamato a scegliere fra la coerenza dell’azione amministrativa e gli equilibri della sua maggioranza.

È il destino di ogni presidente di Regione convivere con le tensioni della coalizione. Ma esiste una soglia oltre la quale la mediazione politica rischia di trasformarsi in sospensione della legalità. Ed è una soglia che nessuna maggioranza dovrebbe avere interesse a oltrepassare.

Le istituzioni non sono credibili soltanto quando prendono decisioni giuste. Lo sono soprattutto quando prendono decisioni. Perché l’indecisione, in democrazia, raramente è neutrale. Quasi sempre produce effetti. E nel caso di Serradifalco l’effetto è già sotto gli occhi di tutti: una legge che formalmente esiste, ma che nella sostanza sembra aver perso la capacità di imporsi. È questo il precedente che dovrebbe preoccupare la Sicilia. Non il destino di un sindaco. Ma il destino dell’autorità della legge.

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