Nel cuore più isolato e impervio della provincia di Messina, arrampicato tra i monti Nebrodi, si trova Castel di Lucio, un piccolo centro che lotta quotidianamente con le sue difficoltà geografiche e infrastrutturali. Ma non è solo l’orografia il problema. In questo borgo dimenticato, dove le distanze si misurano in ore e le vie di comunicazione sono poco più che sentieri, il presidio dello Stato è un’eco lontana. Una presenza formale, svuotata di sostanza. A dircelo è il dato nudo e crudo: la Stazione dei Carabinieri di Castel di Lucio è presidiata da soli due militari. Un brigadiere e un carabiniere. Due uomini per il controllo del territorio, l’attività di polizia giudiziaria, la ricezione di denunce e querele, e la gestione di atti amministrativi o giudiziari.
E la beffa non si ferma al numero. La caserma è un enorme edificio di centinaia di metri quadri, un tempo vanto del paese, un’opera, Arethusa, realizzata dai maestri Piero Dorazio e Graziano Marini, simbolo di un dialogo tra arte, legalità e comunità. Oggi però quella caserma è una cattedrale nel deserto. Una cornice vuota. Un simbolo disarmante di quanto la presenza dello Stato sia più apparenza che sostanza.
Il paragone con le altre stazioni della Compagnia Carabinieri di Mistretta, di cui Castel di Lucio fa parte, è impietoso. Nessuna scende sotto i quattro militari in servizio. Nessuna, tranne Castel di Lucio. Eppure qui, in questo paese di poco più di mille anime, insiste la realtà imprenditoriale più rilevante dell’intero comprensorio: l’azienda Mammana. Una realtà che ha avuto il coraggio di denunciare — più volte — atti di intimidazione mafiosa ed estorsioni. Una realtà che avrebbe meritato un pochino di attenzione in più. Quella che si manifesta con la presenza, non con le parole e i discorsi in occasione di cerimonie.
Il Comando Provinciale dei Carabinieri di Messina n’è a conoscenza. Come anche il Comando Legione. Non sono mancati neppure i vertici dell’Arma in visita, pronti a rassicurare, promettere, “prendere in carico” la questione. Ma la Stazione è ancora lì, con un solo turno coperto nelle 24 ore. Due uomini — due — per fare fronte a un territorio vasto, isolato, esposto. Una promessa disattesa è peggio di un silenzio: è l’illusione che qualcuno ci sia, quando in realtà nessuno è davvero lì.
La questione non è solo numerica, è etica e strategica. In un contesto dove la criminalità organizzata ha ancora la forza per intimidire, per controllare, per spaventare – e lo dimostra l’inchiesta “Alastra” – lo Stato dovrebbe farsi forte della sua presenza. Invece lascia scoperto proprio il fronte più sensibile. Quello a confine con la provincia di Palermo dove ancora, secondo la relazione della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) recentemente pubblicata, che analizza la situazione della criminalità organizzata nella provincia di Palermo, insiste una forte presenza di Cosa Nostra e la sua capacità di infiltrazione in vari settori. Proprio lì, nel comprensorio di Castel di Lucio. Dove un’azienda — e una comunità intera — ha deciso di non piegarsi.
Nessuno pretende miracoli. Qui si reclama ciò che dovrebbe essere normale in una Repubblica fondata sulla legalità: che chi denuncia non venga lasciato solo. Che la presenza dell’Arma dei Carabinieri non sia un simbolo impolverato dentro un edificio semi-vuoto, ma un presidio vivo, capace, reattivo. Perché la fiducia nelle istituzioni si costruisce anche così: non lasciando scoperto il fronte più debole.
Se davvero non esistono margini per rafforzare l’organico, se ogni appello è destinato a rimanere inascoltato, allora almeno si abbia il coraggio di ammetterlo apertamente. Si restituisca quella struttura al Comune, si liberi quel grande edificio dal peso dell’illusione. Magari un’amministrazione lungimirante saprà trasformarlo in qualcosa di utile davvero, come una casa di riposo per anziani — che a Castel di Lucio serve, eccome. Sarebbe un gesto concreto, almeno. Perché a volte, se non si può garantire la presenza dello Stato, è meglio smettere di fingere che ci sia.




