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Ce n’è almeno uno per paese: non fa nulla, ma sa cosa è giusto e cosa dovrebbero fare gli altri

C’è gente capace di sapere tutto della vita degli altri e di non trovare mai il tempo per interrogarsi sulla propria. Nei piccoli paesi la riconosci dalla postazione: davanti al bar, all’angolo della piazza, sulla stessa sedia. Da lì osserva la comunità con l’aria di chi la tiene in piedi. Il suo contributo consiste prevalentemente nello spiegare perché gli altri la stanno mandando in rovina.

Ha fatto poco nella vita. Sa fare poco o niente, ma sa perfettamente come dovrebbero agire gli altri, come andavano fatte le cose, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ogni persona che gli passa davanti diventa una pratica da esaminare, una reputazione da correggere, una fortuna da mettere in dubbio. Se uno apre un’attività, «ma c’avi a fari chissu…». Se un altro riesce nel lavoro, qualcuno lo avrà aiutato: «Chissà cosa ci sarà dietro». Se invece fallisce, lui lo aveva previsto: «io ciù dissi subitu a ma mugghieri: chissu quattru jorna dura» Naturalmente, lo racconta dopo.

Il merito degli altri è l’unica spiegazione che fatica a prendere in considerazione. Riconoscerlo lo obbligherebbe ad ammettere che qualcuno ha saputo fare ciò che lui si limita a commentare.

Di questi soggetti ce n’è almeno uno in ogni paese. Fateci caso. Solitamente occupa un posto di lavoro che gli ruba poco tempo, al riparo dagli imprevisti, magari ottenuto grazie a un’intercessione politica che, nella sua biografia, diventa un dettaglio trascurabile. Può lavorare in un ufficio pubblico, in un ente regionale o in una società partecipata: va, fa il minimo indispensabile e torna a casa. Conosce ogni sfumatura dell’orario di lavoro e dei propri diritti. Quanto ai doveri, conosce soprattutto quelli degli altri.

La prudenza che esercita quando c’è da fare scompare appena c’è da giudicare. Diventa amministratore, imprenditore, economista, giornalista. Non gli occorrono documenti, esperienza o conoscenza dei problemi. Lui certe cose le sa e basta. E un uomo di mondo, ma in realtà del mondo conosce poco o niente.

Se sente qualcuno parlare male di una persona che gli sta antipatica o di un avversario politico, mostra comprensione, annuisce e interviene, aggiungendo qualcosa che possa sminuirla ancora. Intorno a lui si forma un piccolo pubblico. C’è chi ride, chi annuisce, chi aggiunge un dettaglio per non restare fuori dalla conversazione. In quel gruppo il consenso finisce per premiare la battuta più feroce, l’insinuazione più efficace, che fa più ridere, la voce che riesce a imporsi. Una storia ripetuta abbastanza volte acquista così l’apparenza di un fatto, anche se nessuno si è preso il disturbo di verificarla.

Ha una pessima opinione dell’umanità, con poche, solidissime eccezioni: lui, sua moglie, i suoi figli, chi gli dà ragione e chi la pensa come lui politicamente. Sì, perché anche sulla politica ha certezze incrollabili e sente il bisogno di impartire lezioni agli altri. Gli altri sono incapaci, arroganti o raccomandati. A casa sua ogni successo è meritato e ogni insuccesso è un’ingiustizia. Il figlio o la moglie degli altri sono stati aiutati; il suo, o sua moglie, finalmente, è stato valorizzato. Gli altri chiedono favori; lui fa rispettare un diritto.

Anche la solidarietà segue questa geografia. Difende gli amici finché lo assecondano, esalta chi gli dà ragione, trova attenuanti per chi appartiene alla sua cerchia. Basta però una critica per cambiare categoria. Chi ieri era una persona perbene oggi diventa un ingrato, un incompetente, uno che «si è montato la testa, su scurdà dunni veni».

Chi amministra sbaglia, chi propone cerca visibilità, chi partecipa nasconde un interesse. Poi capita che si candidi lui, oppure qualcuno dei suoi, e la partecipazione diventa improvvisamente servizio alla comunità. Le stesse relazioni che negli altri alimentavano sospetti diventano esperienza, capacità, conoscenza del territorio. Anche le critiche cambiano natura: quelle che faceva lui erano legittime; quelle che riceve sono pretestuose.

Non è una presenza fastidiosa. È uno che si crede più emancipato, più autorevole e più brillante degli altri. A convincerlo è soprattutto il silenzio che riesce a ottenere quando parla: lo scambia per ammirazione, per la prova di avere argomenti ai quali nessuno sa rispondere. Ma chi sono i suoi interlocutori? Le persone che si ritrovano nella piazza di un paese per scambiare due parole, concedersi una pausa, stare in compagnia. Persone che non sentono il bisogno di trasformare ogni conversazione in una gara a chi ne sa di più. Se tacciono, spesso è per educazione, per quieto vivere o perché hanno capito che discutere con chi vuole soltanto avere ragione serve a poco. Lui, invece, in quel silenzio trova ogni volta la conferma della propria superiorità.

La critica ha un valore essenziale nella vita di una comunità, anche quando è dura. Non occorre ricoprire incarichi o vantare grandi risultati per contestare una decisione. Occorre però essere disponibili a verificare i fatti, sostenere le proprie ragioni e accettare una risposta. Il personaggio di questo ritratto pretende invece un privilegio: giudicare tutti restando al riparo dal giudizio. Può discutere per ore delle scelte altrui, ma basta un’osservazione sul suo operato o una critica a un comportamento della moglie o dei figli perché cambi ogni cosa. Quella libertà di parola che esercita senza misura diventa, quando riguarda lui, un’offesa intollerabile. Prima ti toglie il saluto, poi comincia a screditarti nella cerchia di chi gli dà ragione. Le tue parole non vengono discusse: diventano il pretesto per attaccare la tua persona. Perché il diritto di critica, nella sua piazza, vale soltanto finché è lui a esercitarlo.

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