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Cerda, gli “amanti diabolici” e l’ergastolo definitivo: la Cassazione chiude il caso La Duca

Carlo Domenico La Duca: la verità giudiziaria e il vuoto che resta

Il 25 febbraio 2026 non è una data qualunque. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della difesa e ha scritto la parola fine su uno dei casi più discussi degli ultimi anni in Sicilia: ergastolo definitivo per Luana Cammalleri e Pietro Ferrara.

La giustizia ha concluso il suo corso. Ma la storia, quella umana, resta aperta. Perché il corpo di Carlo La Duca non è mai stato ritrovato.

Una scomparsa che diventa omicidio

Gennaio 2019. La Duca, piccolo imprenditore agricolo di Cerda, esce di casa. È una mattina come tante. Non tornerà più.

La sua auto verrà ritrovata a Palermo, in via Salvatore Minutilla. Il telefono spento. Nessuna richiesta di aiuto. Nessuna traccia concreta. Per mesi il caso resta sospeso tra l’ipotesi di un allontanamento volontario e quella, ben più cupa, di un delitto senza corpo.

Con il passare del tempo, le indagini si concentrano su un dettaglio che dettaglio non è: la relazione clandestina tra la moglie di La Duca e il suo migliore amico. Un triangolo che diventa movente possibile. Un intreccio sentimentale che, secondo l’accusa, si trasforma in un piano.

Gli inquirenti ricostruiscono l’ultima mattina: una tappa in un terreno nella borgata palermitana di Ciaculli, riconducibile a Ferrara. Poi il nulla. O meglio: l’auto spostata, le versioni che cambiano, le omissioni iniziali sugli incontri di quella mattina. È da qui che la scomparsa prende la forma giuridica dell’omicidio.


Il processo: dalla custodia cautelare all’ergastolo

Nel 2022 arrivano gli arresti. L’accusa è pesantissima: omicidio e soppressione di cadavere. Il dibattimento mette al centro un impianto indiziario costruito su intercettazioni, tracciamenti, incongruenze nei racconti, gestione coordinata delle versioni.

La difesa insiste: nessun corpo, nessuna prova diretta, nessuna scena del crimine certa. “Era come un fratello”, dirà Ferrara. “Non ho ucciso mio marito”, ribadirà Cammalleri.

Ma nel 2024 la Corte d’Assise pronuncia la sentenza: ergastolo per entrambi.

Le motivazioni parlano di un disegno lucido, maturato in un contesto di tensioni personali ed economiche. Un delitto che, secondo i giudici, sarebbe stato seguito da un’attenta opera di depistaggio: spostare l’auto, negare incontri, allineare i racconti.

Nel 2025 la Corte d’Assise d’Appello conferma la condanna. E ieri, 25 febbraio 2026, la Cassazione chiude definitivamente la partita giudiziaria: il ricorso non viene accolto. La condanna diventa irrevocabile.


La forza (e i limiti) della verità processuale

Quella sancita ieri è una verità giudiziaria. Solida abbastanza da reggere tre gradi di giudizio. Ma costruita in assenza del corpo della vittima.

Ed è questo il nodo che rende il caso tanto discusso. Perché nei delitti senza cadavere la prova è sempre un mosaico di indizi che devono incastrarsi perfettamente. Basta una tessera fuori posto per incrinare tutto. I giudici hanno ritenuto che le tessere combaciassero. Resta però una domanda che nessuna sentenza può sciogliere: dove si trova Carlo La Duca? Per i familiari non c’è una tomba, non c’è un luogo dove portare un fiore. Il dolore non ha coordinate geografiche.


La fine del processo, non della storia


Con l’ergastolo definitivo si chiude il capitolo giudiziario. Ma la storia di questo caso continuerà a essere raccontata, studiata, discussa. Perché è una vicenda che intreccia passione, tradimento, amicizia spezzata, interessi economici e un mistero irrisolto. La giustizia ha dato le risposte che tutti si aspettavano. Resta il silenzio di un uomo scomparso nel nulla.

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