Con la colonna sonora “Amici mai”, di Antonello Venditti, in sottofondo – che suo malgrado diventa il miglior commento politico della settimana – si apre l’ennesimo capitolo della saga di Palazzo d’Orléans. Schifani e la Democrazia Cristiana si erano “lasciati” malissimo, tra cacciate lampo, dichiarazioni contrite e assessori trattati come appestati da isolare per salvare l’igiene istituzionale. Ma, come nelle storie tossiche che tutti fingono di non vedere, eccoli di nuovo insieme, pronti a riabbracciarsi proprio nel momento più delicato: la Finanziaria e il voto di sfiducia.
Il ritorno degli “untori”
I segnali di ricomposizione si erano avvertiti già da venerdì, quando un rapido incontro con Ignazio Abbate – alla guida dello Scudocrociato travolto dalle inchieste – ha improvvisamente scongelato quelle tre nomine che fino a due giorni prima sembravano radioattive come scorie nucleari. Valenza all’Iacp di Caltanissetta, Mangiacavallo al Consorzio universitario Empedocle, Ferrarello al Parco delle Madonie: le stesse poltrone che Schifani aveva blindato, per via del “momento delicato”, sono tornate nelle mani della Dc.
No, non si tratta di un improvviso slancio di perdono cristiano, ma di pura necessità politica. E, soprattutto, aritmetica.
Il terremoto giudiziario e la reazione teatrale
Tutto era iniziato con l’inchiesta della Procura su presunte pressioni, interferenze e manovre che avrebbero coinvolto Totò Cuffaro e il suo cerchio magico. Una bomba politica. La reazione di Schifani fu immediata: rimozione di Albano e Messina, assessori cuffariani, nel tentativo di “disinfestare” il governo come fosse bastato un colpo di spray per eliminare l’odore di bruciato. Un’operazione più estetica che politica, che il governatore ha pagato cara: si è ritrovato con un governo monco, deleghe pesantissime da gestire e un alleato offeso, ma non sconfitto.
La Dc non perdona, ma soprattutto non dimentica
La verità è che gli uomini di Cuffaro non hanno mai chiuso la porta. Prima hanno parlato di “piena disponibilità”, poi – con garbo tutto siciliano – hanno recapitato un ultimatum o rientriamo nel gioco, o addio fiducia e addio Finanziaria. Una avvertimento semplice, elegante, letale, che in politica regionale funziona sempre. E il pendolo della disperazione del governatore ha ricominciato a oscillare forte.
Schifani, l’uomo che “non porta rancore”, ma cede puntualmente
Il presidente racconta spesso che la sua è “una vita in salita”. Lo ripeterà anche martedì in Aula davanti alla mozione di sfiducia – che certamente respingerà – mentre proverà a spiegare ai siciliani come mai, dopo avere espulso due assessori per salvare la faccia, ora sta progettando di farli rientrare dalla finestra.
Una scalata infinita, però non verso le riforme, ma verso la sopravvivenza politica dentro una maggioranza che lo tira da ogni lato. E alla fine, come sempre, la montagna vince. E lui si piega.
“Mi arrabbio ma non porto rancore”, ha detto. Ed è vero: lo dimostra ogni volta che restituisce agli alleati ciò che aveva tolto poche settimane prima.
Il futuro? Una Giunta rammendata
La ricucitura con la Dc è solo l’antipasto di ciò che sta per accadere. Martedì vedremo un governatore conciliante, comprensivo, accomodante. il perfetto anfitrione di un rientro quasi certo degli assessori “sospesi”. Forse con qualche ritocco estetico, forse con tempi più morbidi, ma l’esito è inevitabile: la Dc resta, comanda e ottiene. Nel frattempo restano sospese altre nomine pesanti, come quella dell’Asp di Palermo. Ma sono dettagli, la vera battaglia è sulla tenuta della baracca.
“Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi ritornano”
Alla fine, è proprio come cantava Venditti. “Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Anche quando c’è di mezzo un’inchiesta. Anche quando si fingono rotture storiche.
Anche quando i protagonisti si trattano da appestati, radioattivi o tossici. “Ritornano” perché si tengono in piedi a vicenda. E perché, se cade uno, cadono tutti.




