Ho ripensato alle dichiarazioni del ministro Nello Musumeci sulla Regione Sicilia fondata sul sistema clientelare e sull’inchiesta che ha travolto la nuova Dc di Totò Cuffaro.
“Nessuno si sorprenda”, ha detto. Una formula che, in bocca a un ex Presidente della Regione Siciliana oggi ministro, somiglia a un sigillo sulla rassegnazione collettiva. Quasi un invito a considerare l’inevitabile e il clientelismo come naturale. Una forza che non si discute, si subisce.
Ma da un rappresentante delle istituzioni, soprattutto da chi ha governato la terra che descrive, una frase del genere brucia come il peperoncino sulla lingua. Perché se nessuno deve sorprendersi, allora nessuno deve indignarsi. E se non ci indigniamo più, il sistema non cambia mai.
Musumeci richiama la “tara storica” della politica siciliana. Giusto riconoscere i vizi di fondo, senza ipocrisia. Ma il tono suona come una resa preventiva, un “funziona così da sempre, cosa volete farci”. È qui che il discorso tracolla: la consapevolezza diventa complicità non appena rinuncia alla possibilità del cambiamento.
E quell’alternativa secca evocata dal ministro — o accetti il sistema e diventi complice, o provi a opporlo e ti isolano — rischia di essere un boomerang istituzionale. Un politico non può raccontare la lotta alla degenerazione clientelare come una missione suicida. Altrimenti la morale implicita diventa: non provateci nemmeno.
Un Paese non si regge su rassegnazioni stagionate
In un momento delicato, con assessori silurati e un partito scosso da accuse pesantissime, la misura delle parole non è un dettaglio tecnico: è un dovere. Musumeci avrebbe potuto scegliere una risposta più sobria, più istituzionale, più utile. Avrebbe potuto dire che attende gli esiti dell’inchiesta, ribadire fiducia nella magistratura, prendere le distanze da ogni sistema opaco, riaffermare che chi ha responsabilità politiche deve sempre rispondere ai cittadini. Tutto qui. Era sufficiente.
Invece ha tirato fuori la resa come verità oracolare. E a quel punto sorge una domanda: è un’analisi o una normalizzazione? Una constatazione o un’autogiustificazione preventiva?
Di fronte a scosse giudiziarie che riguardano un partito e una classe dirigente, un ministro che conosce perfettamente il terreno avrebbe avuto un’arma potente: il silenzio ponderato, quello che protegge le istituzioni e non indebolisce la fiducia dei cittadini. Se le parole rischiano di trasformarsi in rassegnazione collettiva, tacere non è vigliaccheria: è lungimiranza. Perché a volte, per un uomo delle istituzioni, la dichiarazione più forte è proprio quella che non rilascia.




