Nel Messinese il saldo della nuova classificazione dei Comuni montani lascia più di qualche interrogativo. La legge 131/2025, voluta dal ministro Roberto Calderoli, ha infatti ridisegnato profondamente la geografia amministrativa delle aree montane italiane, introducendo criteri più stringenti basati su altitudine e pendenza.
Una riforma che segna uno spartiacque rispetto al sistema in vigore dal 1952 e che, a livello nazionale, ha ridotto e ridefinito l’elenco dei Comuni considerati montani: oggi sono 3.715, con l’eliminazione di 633 enti e l’ingresso di 287 nuovi.
Messina perde pezzi importanti: fuori Taormina, Lipari e Barcellona
Nel territorio della provincia di Messina, la riforma ha avuto un impatto particolarmente significativo, soprattutto sul fronte delle esclusioni.
Escono dall’elenco dei Comuni montani realtà di primo piano come Taormina, Lipari, Barcellona Pozzo di Gotto, Giardini-Naxos e Messina stessa.
A queste si aggiungono altri centri costieri e collinari che, pur presentando caratteristiche territoriali complesse, non rientrano più nei nuovi parametri tecnici.
La conseguenza più immediata è la perdita dell’accesso ai finanziamenti del Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane (Fosmit), una risorsa che negli anni ha sostenuto interventi su viabilità, servizi sociali, trasporti e sicurezza.
Le nuove entrate: piccoli centri dell’entroterra guadagnano spazio
Se da un lato si registrano uscite pesanti, dall’altro emergono nuove opportunità per diversi comuni dell’entroterra messinese.
Entrano infatti nella lista dei “montani” Ficarra, Forza d’Agrò, Gallodoro, Gioiosa Marea, Librizzi, Montagnareale, Sant’Angelo di Brolo.
Si tratta per lo più di piccoli centri collinari o montani che, grazie ai nuovi criteri, potranno accedere ai fondi statali destinati allo sviluppo delle aree interne.
Risorse e disuguaglianze: il nodo irrisolto
Il tema centrale resta però quello delle risorse. In Sicilia, nel biennio 2022-2023, i Comuni montani hanno beneficiato complessivamente di circa 15 milioni di euro, una media di poco superiore agli 80 mila euro per ente.
Una cifra modesta se confrontata con realtà del Nord Italia: basti pensare a Livigno o Bormio, che grazie anche alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 hanno ricevuto investimenti per centinaia di milioni di euro.
Il rischio, evidenziato da molti amministratori locali, è che la riforma finisca per accentuare le disuguaglianze territoriali anziché ridurle.
Il caso delle isole: Pantelleria simbolo delle criticità
Tra i casi più emblematici c’è quello di Pantelleria, esclusa dalla classificazione nonostante caratteristiche orografiche rilevanti.
Il sindaco Fabrizio D’Ancona ha denunciato con forza le conseguenze della decisione: meno risorse, maggiori costi per i servizi essenziali e una marginalità ancora più accentuata.
Dalla sanità ai trasporti, fino ai costi per le imprese locali, la condizione di insularità – già penalizzante – rischia di aggravarsi ulteriormente senza strumenti compensativi adeguati.
Una riforma che divide
Nel Messinese, come nel resto del Paese, la nuova classificazione dei Comuni montani apre dunque una fase di transizione complessa.
Da un lato, piccoli centri dell’entroterra vedono finalmente riconosciuta la propria condizione di marginalità. Dall’altro, territori importanti e dinamici vengono esclusi, con il rischio concreto di perdere risorse fondamentali.
La sfida, ora, sarà capire se il nuovo impianto normativo riuscirà davvero a sostenere le aree più fragili o se finirà per creare nuove disparità. Per la provincia di Messina, il bilancio – almeno per ora – resta sospeso tra opportunità e forti preoccupazioni.




