Il ritrovamento di 90 mila euro in contanti nell’abitazione dell’ex direttore generale del Policlinico di Messina Salvatore Iacolino rappresenta uno dei punti più delicati dell’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo che ruota attorno al boss di Favara Carmelo Vetro. Un elemento investigativo che, secondo gli inquirenti, si inserisce in un contesto molto più ampio: una rete di relazioni che intreccerebbe ambienti imprenditoriali, massonici e politici con l’obiettivo di influenzare l’assegnazione di appalti pubblici.
Il contante sequestrato e la linea difensiva
Il denaro è stato sequestrato durante le perquisizioni disposte nell’ambito dell’indagine. Per la procura rappresenta un elemento da approfondire per verificare eventuali collegamenti con presunti scambi di favori o intermediazioni legati alla rete di relazioni che graviterebbe attorno a Vetro.
La difesa di Iacolino respinge però ogni sospetto. Gli avvocati Giuseppe Di Peri e Arnaldo Faro sostengono che i 90 mila euro sarebbero perfettamente tracciabili e deriverebbero da prelievi effettuati nel corso degli anni dai conti correnti personali dell’ex dirigente sanitario, alcuni dei quali risalirebbero al periodo in cui ricopriva l’incarico di eurodeputato nel 2014.
Secondo questa ricostruzione, il denaro sarebbe stato semplicemente custodito in casa, in cassaforte, senza alcun collegamento con attività illecite. La difesa ha annunciato un ricorso al Tribunale del Riesame per ottenere la restituzione delle somme sequestrate, accompagnato da documentazione bancaria che dovrebbe dimostrarne la provenienza.
Il contesto: una rete tra mafia, massoneria e affari
Gli investigatori descrivono il contesto in cui si inserisce la vicenda come una sorta di “loggia occulta”, una rete informale in cui mafiosi, imprenditori e massoni avrebbero costruito un sistema di relazioni utile a orientare affari e appalti pubblici.
Al centro di questo sistema ci sarebbe proprio Carmelo Vetro, imprenditore agrigentino e ritenuto capo della famiglia mafiosa di Favara. Quando fu arrestato nel 2012, nella sua abitazione furono trovati documenti che attestavano la sua appartenenza alla Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori, con tessere di primo e secondo grado.
Gli investigatori non sono riusciti a stabilire se Vetro faccia ancora parte di una loggia riconosciuta o se operi all’interno di strutture massoniche riservate o “coperte”, ma ritengono evidente l’utilizzo di una rete relazionale parallela, capace di mettere in contatto imprenditori e decisori pubblici.

Le intercettazioni e il sistema degli appalti
Molti elementi dell’indagine emergono dalle intercettazioni effettuate tramite trojan installato nel telefono di Vetro. Le conversazioni registrate descriverebbero un sistema di intermediazioni, favori e contatti istituzionali.
In una delle vicende ricostruite dagli investigatori, Vetro avrebbe ottenuto l’utilizzo di un escavatore per rimuovere alghe nel porticciolo di Marinella di Selinunte, lavori finanziati con fondi regionali. Il mezzo sarebbe stato procurato tramite l’imprenditore Giovanni Filardo, cugino del boss di Castelvetrano Matteo Messina Denaro. L’operazione avrebbe fruttato 21 mila euro, con una fattura emessa da un imprenditore compiacente per evitare collegamenti diretti.
L’imperativo, secondo gli investigatori, era non attirare l’attenzione, mantenendo gli incontri lontani da contesti compromettenti.
I rapporti con la politica
Un altro filone dell’indagine riguarda i rapporti con la politica regionale e nazionale. In diverse conversazioni intercettate, Vetro avrebbe fatto riferimento a contatti con esponenti istituzionali e a sostegni offerti durante campagne elettorali.
Tra le figure citate nelle carte investigative compare proprio Salvatore Iacolino, con il quale Vetro sarebbe stato visto in alcuni incontri pubblici, tra cui al bar di Agrigento. Secondo l’accusa, l’ex manager sanitario avrebbe potuto mettere a disposizione relazioni e contatti maturati negli anni nella politica e nell’amministrazione regionale.
L’indagine sta cercando di chiarire se tali rapporti fossero semplici relazioni personali oppure se si inserissero in un sistema di intermediazione politica e imprenditoriale.
Una “mafia borghese dei salotti”
Nel quadro delineato dagli investigatori emerge quella che viene definita “mafia borghese dei salotti”: una criminalità meno visibile rispetto alle organizzazioni tradizionali, ma capace di operare nei circuiti economici e istituzionali attraverso relazioni, logge e ambienti professionali.
Secondo questa ricostruzione, la massoneria – o almeno alcune sue componenti – avrebbe rappresentato una rete di contatti alternativa o complementare alla struttura mafiosa tradizionale, utile per facilitare incontri, raccomandazioni e partnership tra imprenditori.
I prossimi sviluppi
La vicenda dei 90 mila euro in contanti resta quindi uno dei punti chiave dell’inchiesta. Da un lato la procura dovrà dimostrare l’eventuale collegamento tra il denaro e il sistema di relazioni ipotizzato; dall’altro la difesa punta a dimostrarne la piena tracciabilità bancaria.
Nei prossimi giorni il Tribunale del Riesame sarà chiamato a valutare la documentazione presentata dagli avvocati di Iacolino. Una decisione che potrebbe chiarire almeno uno degli aspetti più discussi di un’indagine che, secondo gli investigatori, potrebbe far emergere un intreccio ancora più ampio tra affari, politica e poteri occulti in Sicilia.




