Nell’analisi della Dott.ssa Maria Adele Allegra, Psicologa, Neuropsicologa e Psicoterapeuta di Troina, emerge un quadro profondo, delicato e inquieto della condizione giovanile contemporanea. I giovani, oggi, sembrano vivere all’interno di una “scatola nera”: un contenitore opaco, difficile da decifrare, in cui si mescolano fragilità emotive, dubbi identitari, paure e una pervasiva sensazione di smarrimento. L’autrice mette in luce come, in una società che impone performance, velocità e competizione, le nuove generazioni si trovino spesso in balia di aspettative troppo alte e poco umane, incapaci di sostenere il peso dell’autenticità emotiva e del dolore.
Questo percorso evolutivo, che si estende ormai ben oltre l’adolescenza fino ai trent’anni, è costellato da risacche emotive, da momenti di regressione e da difficoltà a trovare un baricentro stabile. I giovani, sostiene Allegra, non vengono educati alla gestione del dolore, ma piuttosto all’evitamento di esso. Di fronte alla sofferenza, spesso ricorrono a controfigure, maschere che servono a tranquillizzare gli altri e a nascondere la propria vulnerabilità. In questa recita dell’efficienza, l’azione diventa rifugio, ma anche prigione.
Il mondo dei giovani: una scatola nera
Il mondo dei giovani, che oggi arriva fino ai trent’anni, sembra paragonabile ad una scatola nera. In questa importante fase evolutiva sono presenti la ricerca dell’identità, l’instabilità emotiva, l’autoreferenzialità, il sentirsi tra due fuochi, il senso di solitudine, la paura del dolore.
Osservandoli ci si accorge che nelle loro vite si generano delle risacche che dal largo li riportano indietro, sulla riva, spesso ad arenarsi.
A volte non sanno del tutto dove si trovano, non si percepiscono nemmeno più, non si sentono, non sono sicuri di poterlo raccontare da dentro.
Se soffrono, creano spesso delle controfigure che diventano la soluzione all’incapacità di farsi attraversare dal dolore e modularlo.
Fanno fatica ad abitare il mondo che frequentano ogni giorno e avvertono un malessere di grande portata: sentono assenza di senso, nostalgia di sé, insopportabile impotenza, inaffidabilità del proprio gusto.
Spesso mimano vite che funzionano facendo cose che tranquillizzano chi gliele vede fare, come se agire fosse esistere, come se affaccendarsi equivalesse a essere! Spesso è solo un potente ansiolitico.
Piredda sostiene che i nostri giovani non riescono a tenere il passo con le aspettative che la società ha su di loro, così si chiudono e soffrono, alimentando la paura della sofferenza, poiché gli adulti non li educhiamo all’accoglienza del dolore.
I giovani vivono circondati «non da compagni, ma da competitor» ed è questo a creare la frattura, la necessità di porre una distanza, di fare un passo indietro e scappare via.
Ma che cos’è la solitudine?
Nel linguaggio comune semanticamente è stare da soli. In verità, il senso di solitudine fa scaturire disagio vero quando si lega all’insoddisfazione di stare con sé stessi.
Troppo spesso insegniamo ai giovani che “sono se faccio”. Ma la verità è ben altra: “sono se sento” e “sono se sto nel presente”.
Tutti noi abbiamo paura del dolore, i giovani ancor peggio di noi adulti.
Il dolore è terribile, odioso, insopportabile. Tendiamo a evitarlo, a negarlo, eppure il dolore ci insegna tanto.
Dal dolore impariamo e sfoderiamo le nostre risorse. Pensiamo che durerà per sempre, un ergastolo affettivo, invece si soffre e poi si scopre che passa e che si chiama sollievo.
Abbandonarsi a ciò che sentiamo, però, richiede una dose di incoscienza e di coraggio. Si tratta di una scelta necessaria da compiere, il primo passo sulla strada per stare bene, nella quale è inevitabile incontrarsi, aprirsi agli altri.
Parlarne con i giovani
Con i giovani dobbiamo avere il coraggio di parlare di emozioni, di riconoscere che queste pesano e stiamo peggio proprio perché riconosciamo maggiormente il malessere e ce ne interroghiamo.
Dobbiamo inventare un lessico per parlarne, provare a farci i conti, smettendo di avere paura di pronunciare parole tipo:
- «mi serve aiuto»
- «sto male»
- «non credo di farcela da solo»
- «non so se riesco a superarlo»
Educhiamo i giovani a chiedersi: come sto?
Il confronto con sé stessi diventa micidiale solo se si aggiunge un termine di paragone.
Quando non commetti quell’errore, ti guardi allo specchio e scopri che ci sei solo tu carico di significato, che sei innocuo, anche nelle parti che trovi più temibili.
La forza della condivisione
Forse a salvarci sarà questo: sapere che proviamo tutti le stesse cose, le stesse paure, gli stessi dolori!




