In una democrazia matura, la stampa non è un elemento accessorio, ma un presidio fondamentale, un baluardo imprescindibile. Senza una stampa libera, consapevole e indipendente, la democrazia si riduce a una facciata fragile, un guscio vuoto pronto a crollare al minimo assalto del potere incontrollato.
Il diritto di cronaca – che consente al giornalista di raccontare, indagare e denunciare – non è un privilegio corporativo, ma un diritto dei cittadini: il diritto di sapere, di conoscere la verità e di essere informati in modo completo e trasparente. La libertà di stampa è, in definitiva, la libertà di tutti.
La stampa come sentinella scomoda
Non esiste libertà senza fastidio. Un giornalismo che non disturba nessuno non è libero, è inutile. Da sempre la stampa ricopre il ruolo di “cane da guardia” della democrazia, pronta a mordere quando il potere – politico, economico o criminale – oltrepassa i limiti del lecito e del giusto.
Proprio per questo motivo, il giornalismo indipendente è il più esposto: alle minacce, agli insulti, alle querele temerarie e persino alle intimidazioni vere e proprie.
L’attentato avvenuto nella notte tra il 16 e il 17 ottobre contro Sigfrido Ranucci, storico conduttore e giornalista d’inchiesta di Report, ne è l’ennesima e gravissima conferma. Un ordigno rudimentale è esploso davanti alla sua abitazione di Pomezia, distruggendo l’auto sua e quella di sua figlia. Nessun ferito, ma un segnale inquietante: un gesto pensato per spaventare, zittire e colpire chi ha fatto del giornalismo d’inchiesta la propria missione.
Un attacco a tutta la società
Questo attentato non è solo contro un singolo giornalista. È un attacco al diritto di ogni cittadino di essere informato. È una violazione della Costituzione che, all’articolo 21, tutela la libertà di manifestare il proprio pensiero “con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
Colpire chi racconta la verità significa colpire la verità stessa, quella che spesso disturba chi preferisce l’ombra alla luce. Le parole del Ministro della Giustizia, che ha definito l’attentato “un attacco allo Stato”, sono giuste. Ma ora servono i fatti concreti: protezioni efficaci, indagini rapide, condanne unanimi non solo dalle istituzioni, ma da tutta la società civile.
Il giornalismo non è un crimine
In un clima politico in cui il dissenso viene spesso bollato come “faziosità” e la critica come “odio”, il ruolo della stampa è più delicato che mai. Non si può chiedere ai giornalisti di essere neutrali di fronte all’ingiustizia o all’abuso di potere. Si può chiedere rigore, correttezza e responsabilità, ma non il silenzio.
Quando un giornalista viene minacciato per aver raccontato fatti veri, il Paese deve reagire come se fosse stato colpito un magistrato, un sindaco o un servitore dello Stato. Perché questo è un buon giornalista: un servitore della verità pubblica.
Difendere chi difende la verità
Oggi più che mai, serve un impegno collettivo per proteggere il diritto di cronaca e chi lo esercita. Le istituzioni devono garantire sicurezza e tutele, ma anche cittadini e società civile devono comprendere che una stampa libera non è un lusso, ma un bene comune. Sigfrido Ranucci non è solo un volto noto della televisione pubblica, è il simbolo di un giornalismo che non si arrende, che continua a scavare e non arretra davanti alla paura. Difenderlo significa difendere il nostro diritto a conoscere.




