La dott.ssa Anna Saitta, che in passato ha esercitato la professione di avvocato, riflette sul delicato equilibrio tra presunzione d’innocenza e responsabilità politica, alla luce del recente caso di presunta corruzione all’ARS. Pur sottolineando che essere indagati non significa colpevolezza e che la legge Cartabia tutela la dignità degli indagati limitando la pubblicazione dei nomi, evidenzia come la stampa spesso anticipi i giudizi, trasformando le indagini in processi mediatici. La dott.ssa Saitta sostiene che, oltre all’aspetto giudiziario, la politica ha una responsabilità etica e istituzionale nel preservare la credibilità delle istituzioni, invitando i politici coinvolti a considerare dimissioni o autosospensioni come atti di tutela, non di ammissione di colpa. Infine, denuncia la lentezza della giustizia e il danno subito dagli indagati innocenti, chiedendo un impegno serio per garantire rispetto e fiducia nel sistema democratico.
Presunzione d’innocenza e tutela della dignità
Il recente caso che ha travolto alcuni esponenti della politica siciliana, indagati per corruzione, ha riacceso un dibattito complesso e tutt’altro che nuovo: come si coniugano la presunzione d’innocenza con la responsabilità politica? E, soprattutto, come si tutela la credibilità delle istituzioni in un contesto in cui la giustizia – troppo spesso – arriva tardi, mentre la stampa arriva subito?
È fondamentale ricordare un principio cardine del nostro ordinamento: essere indagati non equivale ad essere colpevoli. Il nostro sistema prevede la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva, un fondamento di civiltà giuridica imprescindibile. Su questo piano, ogni cittadino – politico incluso – ha diritto alla difesa, al rispetto della propria immagine e alla tutela della propria persona.
La legge Cartabia, approvata proprio per limitare la spettacolarizzazione della giustizia e proteggere la dignità degli indagati, vieta la pubblicazione dei nomi nelle fasi iniziali delle indagini, salvo casi di particolare gravità come mafia o terrorismo. Tuttavia, nonostante questa norma, i nomi finiscono spesso sui giornali. Fughe di notizie, indiscrezioni e titoli anticipano i giudizi, minando il rispetto del segreto istruttorio e trasformando la fase più delicata del processo – quella delle indagini preliminari – in un processo mediatico sommario. Questo fenomeno è ingiusto e problematico.
La responsabilità politica oltre la giustizia
Tuttavia, sarebbe ingenuo ignorare che quando un politico viene coinvolto in un’indagine, la questione non è solo giudiziaria, ma anche pubblica e istituzionale. Soprattutto se il clamore mediatico è forte e il ruolo ricoperto delicato. In casi come quello siciliano, il punto non è stabilire a priori colpevolezza o innocenza – compito esclusivo della magistratura – ma valutare l’opportunità politica di restare in carica mentre un’inchiesta scuote la fiducia dei cittadini.
Dimettersi, autosospendersi o fare un passo indietro non è un’ammissione di colpa, bensì un atto di tutela verso le istituzioni e un modo per preservare la credibilità dell’ente rappresentato. È anche un segno di rispetto verso l’opinione pubblica, provata da anni di scandali, opacità e conflitti d’interesse che hanno minato la fiducia nel potere politico.
Tra pressione mediatica e tutela della democrazia
Qualcuno obietterà che così si rischia di piegarsi alla pressione mediatica o alla strumentalizzazione politica delle inchieste. È un rischio reale. Ma la fiducia è la vera valuta della democrazia e la percezione pubblica conta, nel bene e nel male, quanto la sostanza giuridica.
Un altro aspetto grave riguarda il prezzo pagato da un indagato innocente: spesso travolto dalla macchina del fango, perde opportunità, salute, reputazione e soprattutto tempo, la risorsa più preziosa. Qui si apre un tema enorme: la lentezza della giustizia, il garantismo a metà, il vuoto di tutele per chi subisce accuse infondate. Anche questo richiede una riflessione seria e non ideologica.
Un appello alla politica
Proprio per tutto questo, la politica dovrebbe assumersi una responsabilità più alta rispetto a quella penale: etica, istituzionale e civile. Se si vuole davvero rispettare il principio di innocenza, si dia tempo alla giustizia di fare il suo corso, ma senza trascinare nel fango l’intero sistema pubblico. Il cittadino ha bisogno di vedere nelle istituzioni un punto di riferimento, non un campo di battaglia tra sospetti e scaricabarile. La politica ha il dovere, oggi più che mai, di dare l’esempio e tutelare la fiducia nel sistema democratico.




