Il Senato ha dato il via libera definitivo al DDL Valditara, introducendo nuove regole per i percorsi di educazione sessuale nelle scuole. D’ora in avanti, gli istituti dovranno ottenere il consenso preventivo delle famiglie, che avranno la possibilità di visionare in anticipo i materiali didattici utilizzati. Nelle scuole dell’infanzia e primarie, inoltre, non potranno essere svolte attività specificamente dedicate alla sessualità se non previste dalle Indicazioni nazionali.
Secondo il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, la norma rappresenta uno strumento per rafforzare il ruolo educativo delle famiglie e garantire maggiore trasparenza sui contenuti proposti agli studenti. Il ministro sostiene che il provvedimento serva a proteggere i minori da approcci considerati ideologici in materia di identità di genere, restituendo ai genitori un ruolo centrale nelle scelte educative che riguardano i figli minorenni.
Ma c’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel dibattito che ha accompagnato l’approvazione di questo DDL.
Da una parte c’è uno Stato che decide di rafforzare il controllo preventivo delle famiglie sui percorsi di educazione affettiva e sessuale proposti nelle aule. Dall’altra ci sono milioni di adolescenti che ogni giorno, senza alcun filtro reale, hanno in tasca uno smartphone collegato all’intero universo digitale, compreso quello della pornografia.
È una contraddizione che merita di essere osservata senza ideologie e senza tifoserie.
La nuova legge nasce da un principio che, in sé, è difficilmente contestabile: i genitori hanno il diritto di sapere cosa viene insegnato ai propri figli e di essere coinvolti nelle scelte educative più delicate. Nessuna persona ragionevole può negare che la famiglia abbia un ruolo centrale nella crescita dei minori.
Il problema nasce quando questo principio viene applicato a una realtà che sembra appartenere più al passato che al presente. La legge immagina ancora una scuola come principale fonte di informazioni sulla sessualità. Ma è davvero così?
Oggi un ragazzino di undici, dodici o tredici anni può accedere in pochi secondi a contenuti pornografici espliciti. Può farlo dal proprio telefono, da quello di un amico, da un tablet o da una console di gioco. Può vedere video che propongono una rappresentazione della sessualità spesso violenta, distorta, commerciale, priva di qualsiasi dimensione affettiva o relazionale.
E può farlo senza alcun consenso informato dei genitori. È qui che emerge la prima grande criticità del provvedimento.
Si introduce un sistema di autorizzazioni, controlli e verifiche per impedire che un professionista, uno psicologo, un medico o un educatore qualificato spieghino in una scuola cosa significhino consenso, rispetto reciproco, contraccezione, prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili o gestione delle emozioni. Ma contemporaneamente non esiste alcun meccanismo realmente efficace che impedisca a quello stesso ragazzo di ricevere informazioni infinitamente più invasive da Internet.
Il rischio è evidente: limitare l’accesso alle fonti affidabili lasciando campo libero a quelle meno affidabili.
La pornografia non educa. Intrattiene, vende, spettacolarizza. Non insegna il consenso, non insegna il rispetto, non insegna la parità tra uomo e donna. Non spiega le emozioni, non affronta la violenza di genere, non aiuta a comprendere il proprio corpo o quello degli altri.
Eppure, paradossalmente, potrebbe diventare il principale “insegnante” di molti adolescenti.
C’è poi un secondo aspetto che dovrebbe far riflettere. L’educazione sessuale non riguarda soltanto il sesso. Riguarda il rispetto. Riguarda la prevenzione degli abusi. Riguarda la capacità di riconoscere comportamenti tossici. Riguarda il consenso. Riguarda il rapporto con il proprio corpo. Riguarda la prevenzione delle gravidanze indesiderate e delle malattie sessualmente trasmissibili. Riguarda persino il contrasto alla violenza contro le donne, fenomeno che continua a riempire le cronache italiane.
Ridurre questo universo complesso a uno scontro tra favorevoli e contrari alla cosiddetta “ideologia gender” significa semplificare un problema che è molto più grande. La vera domanda non dovrebbe essere se la scuola possa parlare di sessualità. La vera domanda dovrebbe essere chi lo farà se la scuola rinuncia a farlo.
Perché qualcuno lo farà comunque. Lo farà TikTok. Lo farà Instagram. Lo farà YouTube. Lo faranno i siti pornografici. Lo farà il gruppo WhatsApp della classe. Lo farà l’algoritmo. E l’algoritmo non ha alcuna responsabilità educativa.
Naturalmente esiste anche il diritto delle famiglie di trasmettere valori, convinzioni religiose e sensibilità culturali differenti. Ma un conto sono i valori, altro conto sono le informazioni. La scuola pubblica non dovrebbe sostituirsi alla famiglia. Dovrebbe integrare ciò che la famiglia, per mancanza di tempo, strumenti o competenze, non sempre riesce a trasmettere. Proprio come avviene per l’educazione alimentare, per quella stradale o per quella ambientale.
In fondo, il vero paradosso della nuova legge è tutto qui. Si teme che un insegnante possa confondere un ragazzo parlando di affettività, mentre quel ragazzo vive già immerso in un ecosistema digitale che produce ogni giorno una quantità enorme di messaggi ben più confusi, aggressivi e distorti.
Forse il problema non è che la scuola parli troppo di sessualità. Forse il problema è che il resto del mondo lo fa troppo male. E rinunciare a una delle poche sedi in cui se ne potrebbe parlare con rigore scientifico, responsabilità educativa e controllo pubblico rischia di essere una risposta che guarda al passato mentre i ragazzi, nel frattempo, sono già entrati nel futuro.




