La vicenda che ha visto protagonista un’anziana paziente ottantenne rimasta per oltre tre ore in barella al Pronto Soccorso di Sant’Agata di Militello ha suscitato sdegno e indignazione. L’immagine di una barella ferma e un’ambulanza bloccata, impossibilitata a riprendere servizio, e di una donna apparentemente dimenticata in corridoio è forte e simbolica, tanto da diventare il racconto di un fallimento sanitario.
Eppure, come chiarisce il Direttore del Pronto Soccorso dell’ospedale, il dott. Carmelo Sottile, con cui abbiamo fatto quattro chiacchiere, la realtà è più complessa. Proprio nelle ore in cui si è verificato l’episodio, il presidio era letteralmente “sommerso” da un flusso eccezionale di pazienti in codice giallo e rosso: urgenze vere, non differibili, che hanno richiesto l’immediata attenzione di medici e infermieri. In un contesto già segnato dalla cronica carenza di personale e dal depotenziamento delle strutture, ogni nuovo arrivo finisce per diventare una goccia che fa traboccare il vaso.
Il problema, dunque, non è soltanto organizzativo, ma sistemico. L’emergenza-urgenza non può e non deve essere l’unica porta d’accesso alla sanità. Oggi, troppi pazienti vengono trasportati al Pronto Soccorso anche quando potrebbero essere gestiti in maniera diversa: dai medici di famiglia, dai presidi di continuità assistenziale o da servizi territoriali che però, di fatto, non sempre riescono a svolgere quella funzione di filtro che eviterebbe il sovraffollamento. Quando tutto confluisce sull’ospedale, l’ingorgo è inevitabile.
Il paradosso è che ciò che a Palermo o Messina è considerato “normale” – pazienti che attendono anche otto ore prima di essere visitati – a Sant’Agata diventa scandalo. Ma non perché qui il disagio sia maggiore, bensì perché, in un piccolo ospedale periferico, ogni ritardo ha un impatto più evidente e immediato, soprattutto se blocca l’unica ambulanza operativa di un intero territorio.
Quello che accade a Sant’Agata non è l’eccezione, ma la regola che ormai segna gran parte dei pronto soccorso italiani: strutture che arrancano, personale ridotto all’osso, e cittadini che finiscono per misurare sulla propria pelle il prezzo di un sistema in affanno.
La vera questione, dunque, non è soltanto denunciare il disservizio, ma chiedere con forza una riorganizzazione complessiva. Servono risorse, certo, ma soprattutto serve una rete territoriale capace di evitare che tutto il peso cada sempre e soltanto sul pronto soccorso. Perché la dignità dei pazienti – anche quando l’attesa diventa lunga – non deve mai essere sacrificata sull’altare dell’emergenza continua.
Fino a quando ciò non accadrà, ogni episodio come quello di Sant’Agata continuerà a essere il simbolo di una sanità che rischia di perdere il proprio senso autentico: garantire cura e protezione a chi ne ha bisogno, senza distinzione di luogo o di tempo.




