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Ex Province, la Sicilia ci riprova: torna il voto diretto. Ma la vera partita si gioca sulla costituzionalità della riforma

La politica siciliana torna a percorrere una strada già battuta. Quella del ritorno all’elezione diretta degli organi delle ex Province, oggi Liberi Consorzi comunali. Un obiettivo che, almeno sul piano politico, raccoglie consensi trasversali e che viene riproposto come risposta a quello che molti definiscono un “vuoto democratico” creatosi dopo l’abolizione del voto popolare.

L’Assessorato regionale alle Autonomie Locali, guidato dalla neo assessora Elisa Ingala, ha avviato l’iter per una nuova riforma che punta a restituire ai cittadini la possibilità di eleggere direttamente il presidente della Provincia e il consiglio provinciale. Il disegno di legge, secondo quanto annunciato, sarà presentato nelle prossime ore dai parlamentari del gruppo autonomista con il sostegno di gran parte dell’Assemblea regionale siciliana.

L’intenzione è chiara: riportare il tema rapidamente all’esame dell’Ars e tentare di chiudere una partita che da anni resta irrisolta.

Una riforma già vista

Chi segue da tempo le vicende istituzionali siciliane sa però che non si tratta di una novità assoluta. Negli ultimi anni il Parlamento regionale ha già tentato per due volte di riportare il voto diretto nelle ex Province. Entrambi i tentativi si sono arenati. Nel primo caso il percorso si è scontrato con i dubbi emersi dopo una pronuncia della Corte costituzionale. Nel secondo, la riforma non è riuscita nemmeno a completare il proprio iter parlamentare, complici le divisioni politiche e le difficoltà registrate durante l’esame in Aula.

Oggi lo scenario politico appare diverso e il consenso parlamentare sembrerebbe più ampio. Ma questo, da solo, potrebbe non bastare.

Una questione sia giuridica che politica

La vera questione, infatti, non è soltanto politica. È soprattutto giuridica. Dal 2014, con la cosiddetta legge Delrio, le Province nelle Regioni ordinarie sono diventate enti di secondo livello: presidenti e consiglieri vengono eletti esclusivamente da sindaci e consiglieri comunali.

La Sicilia, grazie al proprio Statuto speciale, dispone certamente di una più ampia autonomia legislativa rispetto alle altre Regioni. Ma questa autonomia non è illimitata.

Negli anni scorsi la Corte costituzionale ha richiamato la necessità che anche la disciplina degli enti locali nelle Regioni a statuto speciale mantenga una coerenza con i principi fondamentali dell’ordinamento statale. È proprio questo il punto che aveva alimentato forti perplessità sulla tenuta costituzionale della precedente riforma.

Non significa che il voto diretto sia automaticamente incompatibile con la Costituzione. Significa però che qualsiasi intervento legislativo dovrà essere costruito con estrema attenzione, motivando in modo puntuale le ragioni che lo renderebbero compatibile con il quadro normativo nazionale.

Una riforma da leggere prima di giudicare

Al momento, il testo del nuovo disegno di legge non è ancora disponibile. Ed è proprio dalla sua lettura che dipenderà gran parte della valutazione.

Sarà importante capire se il legislatore abbia introdotto elementi nuovi rispetto ai precedenti tentativi, quali soluzioni siano state individuate per affrontare i rilievi emersi negli ultimi anni e soprattutto se il nuovo impianto normativo sia realmente in grado di superare le obiezioni di carattere costituzionale che avevano già accompagnato il dibattito.

Solo allora sarà possibile comprendere se la Sicilia abbia davvero trovato una strada percorribile o se si rischi di assistere all’ennesimo capitolo di una riforma destinata a fermarsi ancora una volta.

L’ultimo anno di legislatura

C’è poi un elemento che rende il percorso ancora più delicato. La legislatura regionale è ormai entrata nella sua fase finale. I tempi per approvare una riforma di questa portata non sono ampi. Servirà superare l’esame delle commissioni, ottenere il via libera dell’Ars e affrontare l’eventuale controllo dello Stato qualora dovessero emergere profili di contrasto con l’ordinamento nazionale.

È un percorso complesso, che richiederà non soltanto una maggioranza politica, ma anche una solida tenuta giuridica. Perché il vero banco di prova non sarà soltanto l’Aula di Palazzo dei Normanni. Sarà la capacità della riforma di resistere anche al vaglio costituzionale.

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