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Frana di Niscemi: il documento che la Regione aveva già. E ha ignorato

C’è un documento, datato marzo 2022, che oggi suona come una profezia sinistra.
Un atto ufficiale della Regione Siciliana, firmato ai massimi livelli istituzionali, che descrive con precisione chirurgica ciò che sta accadendo oggi a Niscemi: una collina instabile, frane attive, erosioni in avanzamento, strade a rischio, abitazioni esposte.


La Regione sapeva

Lo scrive nero su bianco nel Piano di Assetto Idrogeologico aggiornato: il versante occidentale di Niscemi è fragile, soggetto a frane complesse, erosione accelerata e crolli. Fenomeni attivi, aggravati dalle acque meteoriche, dagli scarichi incontrollati, da un terreno sabbioso che scivola sull’argilla impermeabile. Eppure, non è stato fatto nulla. O quasi nulla.


Il copione dell’emergenza annunciata

Oggi assistiamo all’ennesimo copione già visto: l’emergenza, la paura, le famiglie evacuate, le promesse, le passerelle. Politici che si battono il petto il giorno dopo, come se tutto fosse imprevedibile. Ma imprevedibile non era. Quel documento, prodotto ieri in aula dal deputato regionale Ismaele La Vardera, è clamoroso non solo per il contenuto tecnico, ma per ciò che racconta politicamente: la consapevolezza istituzionale del rischio.


Il paradosso istituzionale

Ancora più paradossale – quasi grottesco – è che quel Piano porti la firma dell’allora Presidente della Regione Siciliana, oggi Ministro della Protezione Civile. Proprio quella Protezione Civile che dovrebbe occuparsi di prevenzione, di mitigazione del rischio, di interventi strutturali prima che la terra venga giù.


Una frana tutt’altro che improvvisa

La frana di Niscemi non è un fulmine a ciel sereno. Il fronte di instabilità supera in alcuni tratti i venti metri di altezza e si estende per oltre quattro chilometri verso sud. Le case sono sospese su un equilibrio impossibile: poggiano su un terreno sabbioso con un angolo di resistenza di 35 gradi, mentre la parete franata arriva a 85 gradi. Tradotto: la natura presenterà il conto. Non a caso la zona rossa è stata ampliata di altri 70 metri.


Una storia che si ripete da secoli

Non a caso i geologi parlano di fenomeni noti da secoli: già nel 1790 si descrivevano movimenti franosi a Niscemi. E la frana di oggi, spiegano gli esperti della Sigea, si sovrappone a quella del 1997. Dopo il ’97 si demolirono le case più esposte. Poi il silenzio.
Nessun intervento strutturale sul versante. Nessuna regimazione seria delle acque. Nessuna messa in sicurezza degna di questo nome. Solo atti, carte, piani, relazioni.


Un Piano senza azioni

Il PAI del 2022 lo dice chiaramente: il dissesto è attivo, l’erosione prosegue, il rischio è elevato.
Ma un Piano senza azioni resta solo carta. E la carta, quando piove, si scioglie. “I siciliani – dice La Vardera – hanno il diritto di sapere che questa emergenza era annunciata. Che non si tratta di fatalità, ma di responsabilità politiche. Che le solidarietà di rito non bastano più”. Come dargli torto

Alla luce degli eventi attuali, il caso di Niscemi riporta al centro dell’attenzione il tema della prevenzione, della manutenzione del territorio e dell’attuazione concreta degli strumenti di pianificazione del rischio, in una regione storicamente esposta a fenomeni di dissesto idrogeologico.

La rabbia dei residenti

Tra gli abitanti prevalgono rabbia e sfiducia. «Non vogliamo vivere in un Paese che piange solo dopo – raccontano –. Non vogliamo più emergenze eterne, né promesse a beneficio di telecamera». È il sentimento diffuso di una comunità che chiede interventi strutturali e continuità nelle politiche di messa in sicurezza, non risposte limitate alla gestione dell’emergenza.

A Niscemi la terra continua a muoversi, mentre cresce la distanza tra cittadini e istituzioni. Una distanza alimentata dalla percezione che i rischi fossero noti e che le misure di prevenzione non abbiano seguito con la stessa rapidità e determinazione le analisi tecniche. In un territorio fragile come quello siciliano, la frana diventa così non solo un evento naturale, ma anche un banco di prova per la capacità delle istituzioni di tradurre la conoscenza del rischio in azioni concrete e tempestive.

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