Ricordare Auschwitz, ricordare la Shoah, oggi come ieri, oggi più di ieri, è un Imperativo Categorico. Ogni, 27 gennaio, dall’anno 2000, pronunciamo “mai più”. Mai più Auschwitz, mai più Birkenau. Deponiamo corone alla memoria e pronunciamo parole solenni. Oggi, però, dobbiamo alzare gli occhi dal passato e il presente ci rimanda una immagine che stride con questa liturgia che, a ben guardare, sa di grottesco, di teatro dell’assurdo.
Il senso profondo della “Giornata della Memoria” infatti, non è la commemorazione in sé, ma l’allerta: riconoscere i meccanismi che rendono possibile lo sterminio, ovunque e ogni volta che si ripresentano. Una teoria con una scansione precisa: disumanizzazione, propaganda, riduzione dell’altro a puro “male”, sospensione del giudizio, impunità.
E la memoria ritorna a quel terribile giorno: il 7 ottobre 2023. Al massacro di decine di civili israeliani. Hamas, organizzazione politica e paramilitare palestinese islamista, fondata sotto la pressione dell’inizio della prima intifada, ha rapito e ucciso decine di civili israeliani. Ha celebrato la violenza. Quel giorno non può essere cancellato, né relativizzato.
Ma diventa ancora più grave ciò che è seguito: l’uso di quell’orrore, da parte di Netanyahu, come lasciapassare morale, per un progetto partito da lontano, la devastazione sistematica, la cancellazione di un popolo, i Palestinesi, dalla loro terra.
Qui sta l’incoerenza che grida vendetta. Non si può celebrare la Shoah “perché non accada mai più” e allo stesso tempo, oggi, chiudere gli occhi davanti a uno sterminio che ha tutti i tratti della pianificazione: civili uccisi a decine di migliaia, donne e bambini trucidati e/o affamati, territori resi inabitabili, espulsioni forzate, negazione dell’esistenza stessa di un popolo.
È fondamentale, comunque, dirlo con chiarezza, senza ambiguità: non sono “gli ebrei” i carnefici. La confusione tra religione, etnia e Stato è non solo sbagliata, ma pericolosa. I carnefici sono un governo, una classe dirigente, una destra nazionalista e suprematista che ha colto l’occasione del terrore per spingere fino in fondo un progetto di cancellazione della questione palestinese.
E sono complici coloro che, oggi come allora, potendo fermare o limitare questo delitto, scelgono l’indifferenza, la passività, l’ambiguità, o, peggio, il sostegno militare e politico.
La Memoria serve anche a questo: a riconoscere come si diventa carnefici o complici. Per consenso, per conformismo, per prudenza, per indifferenza. Il trionfo della Banalità del male. Oggi come ieri.
Per il “non voglio sapere”. È così che allora è stato possibile Auschwitz. È così che oggi diventa possibile Gaza.
Forse ricordare non basta più. Forse non basta elencare i morti del passato se non siamo capaci di riconoscere quelli del presente. Una memoria che non disturba, che non prende posizione, che non incrina gli equilibri, è una memoria morta. È un alibi.
Se il Giorno della Memoria diventa solo un esercizio di autoassoluzione collettiva, allora sì: non è più la Giornata della Memoria. È la giornata dell’ipocrisia, dei sepolcri imbiancati, dei vuoti di memoria.




