Si torna a parlare di emergenza carceri e del Carcere di Mistretta. A farlo, questa volta, è Vincenzo Tamburello, che ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza di un’ingiusta detenzione. Dopo aver trascorso 669 giorni in carcere per poi essere assolto “per non aver commesso il fatto”, Tamburello, sulla base della propria esperienza, lancia un appello forte e chiaro: è urgente intervenire per riformare il sistema penitenziario italiano, partendo proprio dalla proposta concreta di una nuova struttura penitenziaria moderna e dignitosa a Mistretta.
L’ho vissuto. Non lo racconto per sentito dire.
Mi chiamo Vincenzo Tamburello e il carcere l’ho conosciuto davvero. Non per poche ore, non da spettatore: per 669 giorni ci ho vissuto dentro, prima di essere assolto con formula piena, per non aver commesso il fatto. Lì ho imparato cosa significa essere dimenticati. Lì ho sentito il freddo del silenzio d’inverno e l’inferno di celle roventi in estate. In quei luoghi, il tempo si misura con l’odore dell’umiliazione, la densità dell’aria che manca, le notti insonni nel sudore e nel rumore. Celle progettate per uno, affollate da tre o quattro anime, in spazi ridotti all’osso, dove la dignità è un lusso inesistente.
Soffocati nel silenzio
L’estate è tornata a bruciare i muri delle nostre carceri. Finestre sbarrate, ventilatori assenti, igiene a pezzi. E a crollare, con la salute, è anche il fragile equilibrio mentale di chi è costretto a vivere in quelle condizioni. Nessun diritto alla cura, nessun supporto psicologico. Dietro ogni porta chiusa, dietro ogni grata surriscaldata, non ci sono solo colpe. Ci sono persone. Ci sono storie che meritano ascolto. Il carcere, così com’è oggi, si è trasformato in una fabbrica di sofferenza, in una punizione che sconfina nella tortura. E allora viene da chiedersi: questa è giustizia?
Un sistema penitenziario allo stremo
Ogni cinque giorni un detenuto si toglie la vita. Ogni giorno che passa, il senso della pena si allontana dal recupero e si avvicina alla vendetta. Le istituzioni hanno il dovere di rispondere. Tacere, voltarsi dall’altra parte, significa essere complici. Lo dico con la lucidità di chi ha vissuto sulla propria pelle quell’assenza di umanità: il carcere italiano è un’emergenza strutturale e culturale.
Non si può più parlare solo di sovraffollamento. Dobbiamo avere il coraggio di rimettere al centro la cultura della pena: se lo scopo è il reinserimento, allora servono spazi e figure professionali capaci di sostenerlo. Educatori, psicologi, medici. Ma soprattutto serve un ambiente che non distrugga la speranza.
Una proposta concreta: ripartire da Mistretta
C’è un’iniziativa concreta che merita attenzione immediata: il Comune di Mistretta, in Sicilia, ha offerto gratuitamente un’area per la costruzione di un nuovo istituto penitenziario. Una struttura moderna, civile, pensata per la rieducazione, non per l’annientamento. Un “supercarcere”, ma non nel senso punitivo del termine. Un carcere intelligente, umano, capace di contenere dignitosamente chi deve scontare una pena, senza togliergli la possibilità di cambiare vita. Un carcere che rappresenti una svolta.
Rispondere all’appello del Presidente Mattarella
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha più volte sollecitato una riflessione profonda sullo stato delle carceri italiane. Ha chiesto una giustizia che sia davvero umana.
Ora è il momento che la politica e la società civile raccolgano quel richiamo. Il carcere non può più essere il luogo dove lasciamo marcire le nostre colpe collettive. In quelle celle invivibili c’è anche una parte di noi. Di ciò che abbiamo scelto di ignorare. Di ciò che potremmo, invece, cambiare.
Una voce che viene da dentro
Oggi sono un uomo libero. Ma non dimentico. Il carcere mi ha segnato, e la mia assoluzione non cancella il dolore visto e vissuto. Ecco perché oggi chiedo, con forza, un intervento immediato. Non è più accettabile che si dorma per terra. Che si sopravviva senza cure. Che si muoia in silenzio. Lo Stato ha il dovere di garantire condizioni umane a chiunque, anche a chi ha sbagliato. Perché la pena non è vendetta. È responsabilità. È occasione. È dignità.
La riforma NON è più rimandabile
Occorre una riforma vera. Strutturale. Profonda.
Servono fondi. Servono più operatori. Servono edifici nuovi. Ma, prima di tutto, serve una visione diversa: una giustizia che non si limiti a punire, ma che sappia anche restituire. Che riconosca che nessuno è soltanto il peggiore dei suoi errori.
Sostenere Mistretta: scegliere la civiltà
La proposta del Comune di Mistretta è un’occasione da non perdere. È un segnale di speranza in mezzo alla crisi. È la prova che si può — e si deve — cambiare rotta. Sosteniamola. Portiamola al centro del dibattito. Chiediamo alle istituzioni di agire. Subito. Perché in ogni carcere degradato si specchia il nostro fallimento. Ma in ogni carcere nuovo, civile, umano, può nascere un’Italia diversa. Migliore. E io, da uomo che l’inferno l’ha visto, non posso che dirvelo così: non c’è più tempo.
Vincenzo Tamburello
669 giorni in carcere. Assolto perché innocente. Oggi testimone di un’urgenza morale e civile.




