La giustizia italiana si trova davanti a una possibile svolta strutturale che rischia di ridisegnare profondamente la presenza dello Stato sul territorio. Secondo un’analisi basata sulla proposta dell’Associazione Nazionale Magistrati, ben 87 tribunali su 139 – pari al 63% – risulterebbero sotto la soglia minima di operatività e quindi potenzialmente destinati alla soppressione o all’accorpamento.
Il criterio individuato è netto: almeno 30 giudici o 10 pubblici ministeri per garantire la sopravvivenza di un ufficio giudiziario. Applicando questo parametro alla pianta organica definita dal Ministero della Giustizia (D.M. 14 settembre 2020), emerge un quadro estremamente critico: quasi due tribunali su tre non supererebbero la soglia minima.
Una mappa dei tagli che penalizza le periferie
La distribuzione dei tribunali a rischio evidenzia una forte disomogeneità territoriale. Il Mezzogiorno risulta particolarmente esposto, con circa 20 sedi potenzialmente destinate alla chiusura, a cui si aggiungono almeno 15 nelle Isole. Tuttavia, il fenomeno non risparmia il resto del Paese: 21 tribunali sarebbero a rischio nel Centro e 32 nel Nord.
A preoccupare è soprattutto l’impatto nelle aree più fragili, dove la presenza della giustizia rappresenta un presidio essenziale di legalità. Si tratta di una riduzione che colpisce in modo selettivo le aree periferiche, proprio dove la presenza dello Stato risulta più necessaria.
Il caso Sicilia: tribunali più esposti
All’interno del quadro delle Isole, la Sicilia rappresenta uno dei territori più sensibili. Pur non esistendo una lista ufficiale disaggregata per regione, l’analisi delle piante organiche consente di individuare alcune sedi particolarmente esposte perché con dimensioni ridotte e carenze croniche di personale.
Tra i tribunali siciliani più probabilmente sotto la soglia minima e quindi maggiormente a rischio figurano Caltagirone, Enna, Sciacca, Termini Imerese, Patti e Barcellona Pozzo di Gotto
Si tratta in gran parte di presidi giudiziari collocati in aree non metropolitane, che servono bacini territoriali ampi ma con organici spesso insufficienti a soddisfare i parametri indicati.
Accanto a questi, vi sono sedi che potrebbero oscillare intorno alla soglia – come Ragusa, Siracusa, Trapani, Marsala e Agrigento – mentre i grandi tribunali di Palermo, Catania e Messina restano, allo stato, al di sopra dei limiti minimi.
La possibile chiusura o accorpamento di questi uffici solleva interrogativi rilevanti, soprattutto considerando che molti operano in contesti complessi anche sotto il profilo della criminalità organizzata.
Il vero problema: carenza di organico
Al centro della crisi non vi sarebbe tanto la dimensione degli uffici, quanto la cronica mancanza di personale. I dati evidenziano uno squilibrio strutturale rispetto al resto d’Europa:
- 11,8 magistrati ogni 100.000 abitanti in Italia, contro una media UE di 17,6
- 3,8 pubblici ministeri contro gli 11,6 europei
- 1.192 fascicoli annui per ogni PM italiano, rispetto ai 204 della media europea
Numeri che descrivono un sistema sotto pressione costante, in cui molti uffici risultano sotto soglia non per limiti strutturali, ma per la mancata copertura dei posti disponibili.
Da qui la richiesta dell’ANM: un piano straordinario di reclutamento con almeno 1.000 nuovi magistrati all’anno per cinque anni.
Il rischio di un déjà vu: la riforma del 2012
Il dibattito richiama inevitabilmente il precedente della riforma della geografia giudiziaria del 2012 (d.lgs. 155/2012), quando il legislatore scelse di mantenere aperti alcuni tribunali per ragioni legate alla lotta alla criminalità organizzata.
Oggi, invece, si prospetta l’applicazione di un criterio puramente numerico, senza considerare il contesto territoriale. Alcuni presidi giudiziari situati in aree ad alta densità criminale rischiano così di essere ridimensionati o soppressi.
La conseguenza potrebbe essere il trasferimento di procedimenti complessi verso sedi già sovraccariche, con un ulteriore rallentamento dei tempi della giustizia.
Giustizia di prossimità in pericolo
Uno degli aspetti più critici riguarda la cosiddetta “giustizia di prossimità”. La riduzione del numero di tribunali significherebbe aumentare la distanza tra cittadini e istituzioni, rendendo più difficile l’accesso ai servizi giudiziari.
Parallelamente, l’ipotesi di una maggiore interscambiabilità tra giudici e pubblici ministeri solleva interrogativi sul principio di terzietà e sull’equilibrio tra le funzioni.
Non solo magistrati: una crisi sistemica
La carenza di organico riguarda anche il personale amministrativo, con scoperture che in alcuni uffici raggiungono il 30%. Nonostante la stabilizzazione di oltre 9.000 addetti, il deficit resta significativo.
A questo si aggiungono le criticità del processo telematico penale, ancora lontano da una piena efficienza. I malfunzionamenti degli applicativi costringono gli operatori a lavorare su un doppio binario, rallentando ulteriormente le procedure.
Carceri e depenalizzazione: alleggerire il sistema
Tra le soluzioni proposte emerge anche una revisione del perimetro penale. L’ANM suggerisce una depenalizzazione mirata dei reati minori, per liberare risorse e concentrare l’attività giudiziaria sui crimini più gravi. L’obiettivo è ridurre il carico delle aule e rendere più rapida ed efficace la risposta dello Stato.
Un sistema al limite
Il quadro che emerge è quello di una giustizia vicina a un punto di rottura. Il rischio non riguarda solo gli addetti ai lavori, ma l’intero sistema democratico. Un sistema giudiziario lento e inefficiente compromette i diritti dei cittadini, rallenta l’economia e indebolisce la fiducia nelle istituzioni.
La scelta che il Paese si trova ad affrontare è chiara: investire per rafforzare la presenza dello Stato oppure ridisegnarne i confini, con il rischio di lasciare intere aree più distanti dalla giustizia.




