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Il caso del maresciallo mistrettese Lombardo: «Non fu suicidio. Da 31 anni chiediamo verità»

Per oltre trent’anni è rimasta una verità ufficiale: “suicidio in caserma”. Una formula fredda, archiviata negli atti, che ha chiuso — almeno formalmente — la morte del maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo. Era il 4 marzo 1995 quando il sottufficiale venne trovato senza vita, in un lago di sangue, all’interno della sua auto parcheggiata nel cortile della caserma di Palermo che oggi ospita la Legione dei carabinieri e porta il nome del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Oggi quella verità torna a incrinarsi. La Procura di Palermo ha riaperto il caso: non più suicidio, ma un’indagine per omicidio volontario contro ignoti. Un cambio di prospettiva radicale, maturato anche alla luce di nuove consulenze tecniche e delle insistenti richieste della famiglia, che non ha mai accettato la versione ufficiale.

Il giudice per le indagini preliminari ha disposto accertamenti mai eseguiti all’epoca: la riesumazione della salma e una nuova autopsia per verificare “l’effettiva compatibilità” della morte con un gesto suicidiario. Saranno inoltre analizzati la pistola d’ordinanza, il proiettile e il bossolo calibro 9 parabellum, per stabilire se siano stati effettivamente esplosi da quell’arma. Una perizia balistica che potrebbe rimettere in discussione uno degli elementi centrali dell’inchiesta originaria.

Non solo. Il nuovo fascicolo punta a colmare lacune investigative rimaste aperte per decenni. Verranno raccolte testimonianze mai approfondite, a partire da quella del generale Michele Riccio, su circostanze rimaste senza risposta fin dal giorno della morte. Si cercherà di chiarire la presunta presenza di un militare che avrebbe parlato di un uomo “che si sentiva poco bene” nel piazzale della caserma, così come la scomparsa della borsa del maresciallo, che secondo alcune ricostruzioni conterrebbe documenti rilevanti.

Lettera a firma del maresciallo Lombardo ritenuta falsa

Gli inquirenti dovranno anche individuare e ascoltare testimoni chiave, verificare l’esistenza di appunti che Lombardo avrebbe lasciato e ricostruire gli ultimi contatti avuti con i suoi superiori al Ros di Monreale. Non si escludono confronti tra ufficiali e approfondimenti su presenze e movimenti nella caserma nelle ore immediatamente successive alla morte.

Al centro resta una figura complessa e, per molti versi, scomoda. Lombardo era un investigatore esperto, inserito in snodi delicati della lotta a Cosa Nostra. Aveva contribuito alle indagini che portarono all’arresto di Totò Riina e aveva stabilito contatti con fonti di altissimo livello, tra cui il boss di Cinisi Gaetano Badalamenti. Proprio nell’ambito di questi rapporti si inserisce una missione negli Stati Uniti — poi improvvisamente annullata — che avrebbe potuto aprire nuovi scenari sui legami tra mafia e apparati istituzionali.

Poi la morte. E una verità giudiziaria che la famiglia non ha mai riconosciuto.

Originario di Mistretta, Lombardo non era soltanto un servitore dello Stato. Era un uomo profondamente legato alle sue radici e alla sua comunità. Come racconta la figlia Rossella, era devotissimo a San Sebastiano, il patrono del paese: partecipava con fede sincera sia alla festa del 20 gennaio sia a quella estiva del 18 agosto. Una devozione che, insieme ai ricordi familiari, restituisce il ritratto di un uomo lontano dall’immagine di fragilità che la tesi del suicidio ha provato a cucirgli addosso.

Oggi, dopo oltre tre decenni, la famiglia torna a chiedere — ancora una volta — ciò che non ha mai smesso di cercare: verità e giustizia.

Ne parliamo con la figlia, Rossella Lombardo

  1. Signora Lombardo, suo padre è ricordato a Mistretta non solo come servitore dello Stato, ma come una figura di grande integrità morale: che tipo di uomo era nella vita privata, al di là dell’uniforme?

Era un marito e un padre molto presente. Il suo tempo libero era interamente dedicato alla famiglia. Era un uomo che amava il dialogo. A pranzo o a cena, a mo di gioco, ci interrogava per capire come andava lo studio. Mi riempiva il cuore di gioia quando lo trovavo all’uscita di scuola ad aspettarmi. Con mia madre erano gli eterni innamorati. Uno dei ricordi più teneri, la sera si mettevano sul divano abbracciati a guardare la tv, mamma si addormentava e lui le metteva il pigiama la prendeva in braccio e la portava a letto. Ricordi meravigliosi che porterò per sempre nel cuore. La famiglia era il suo tutto

  • Per molti anni la morte di suo padre è stata archiviata come suicidio: quando, dentro di lei e nella sua famiglia, è nata la convinzione che quella verità non fosse completa?

Da subito! Non abbiamo mai creduto alla tesi del suicidio. Amava la vita, la sua famiglia, era il nostro pilastro. Poco tempo prima di morire, ricordo un episodio. Guardavamo il telegiornale, davano la notizia di un uomo che si era tolto la vita perché aveva perso il lavoro. Per rabbia diede un pugno sul tavolo e disse: perché, perché arrivare a questo, a tutto c’è rimedio!

Un uomo come lui non avrebbe mai compiuto quel gesto, per nessun motivo al mondo. Poi, quando ho visto quella lettera, la prima volta l’ho vista sui giornali, non ho riconosciuto mio padre, né nella forma né nel contenuto. In quella lettera non c’è niente di mio padre, tra l’altro, c’è un passaggio che non può aver scritto lui perché è assolutamente falso!

Rossella Lombardo oggi e ieri
  • Negli ultimi anni avete intrapreso un percorso complesso per riaprire l’inchiesta: cosa vi ha dato la forza di andare avanti, nonostante il peso emotivo e il tempo trascorso?

Il senso di forte ingiustizia! Quando sei convinto che quello che hanno voluto far passare per vero è assolutamente infondato, la forza arriva da sola. Abbiamo vissuto di tutto e di più, nel senso più negativo. Guardo spesso le foto di mio padre di quel maledetto 4 marzo, e nonostante mi provocano un dolore dilaniante, mi danno la forza di andare avanti

  • Le nuove consulenze tecniche hanno introdotto elementi che mettono in discussione la versione ufficiale: qual è stato il momento in cui ha percepito che si stava finalmente aprendo uno spiraglio verso la verità?

Con tutti i consulenti sono stata chiara e diretta, voglio solo la verità, qualunque essa sia! Dalle loro consulenze è uscito fuori quello che ho sempre sostenuto. Sicuramente nulla porta al suicidio. Abbiamo fatto tutto il possibile. La volontà di trovare la verità non è sicuramente mancata da parte nostra. Ho cominciato ad acquisire fiducia da quando siamo seguiti dallo studio dell’avvocato Salvatore Traina. Ho sentito per la prima volta quella sicurezza che non avevo mai sentito. Hanno fatto e continuano a fare un lavoro straordinario. Questo risultato è arrivato soprattutto grazie a loro. Noi abbiamo fatto di tutto, ora tocca alla Giustizia, visto soprattutto le pecche degli anni passati

  • Il gip ha disposto ulteriori indagini e la riesumazione della salma: una decisione forte, anche sul piano umano. Come ha accolto questa notizia, da figlia prima ancora che da parte coinvolta nel procedimento?

Quando il mio avvocato mi ha comunicato la notizia, la primissima reazione è stato un pianto liberatorio che mi portavo dentro da 31 anni. Quello che oggi ha predisposto il GIP, andava fatto nell’immediatezza. Invece abbiamo dovuto elemosinarlo per 31 anni. Se fosse stato fatto tutto quello che andava fatto subito, non avremmo vissuto nel dubbio, non avremmo vissuto con i tanti interrogativi che ci hanno logorato la vita. La legge è uguale per tutti? Bene, allora che vengano applicate e rispettate per tutti!

  • Nel provvedimento emergono riferimenti a testimonianze, appunti e possibili elementi mai approfonditi: ritiene che per anni ci sia stata una verità rimasta in ombra?

Una verità rimasta in ombra? Fosse solo una. Non c’è una sola verità verità che sia uscita ufficialmente, anzi, abbiamo solo trovato omertà, silenzi e porte chiuse. La verità sulla morte di mio padre non l’ha mai voluta nessuno, all’infuori della famiglia. Anzi, fare semplicemente il nome di mio padre, ha sempre dato enormemente fastidio. Forse qualcuno era convinto che uccidendo lui, avrebbero cancellato anche la sua memoria. Hanno fatto male i conti! Non ci sarà un giorno della mia vita che non sarà dedicato alla sua memoria, alla ricerca della verità!

  • Al di là dell’esito giudiziario, cosa significherebbe per lei e per la sua famiglia arrivare finalmente a una verità piena e condivisa sulla morte di suo padre?

Poter vivere con la pace nel cuore, sapere che abbiamo fatto tutto il possibile per dare verità e giustizia ad un uomo che è morto ingiustamente pur essendo stato un esemplare servitore dello Stato, per aver servito il suo Paese sacrificando se stesso. Mio padre merita di riposare in pace, questo non sarà possibile fino a quando non gli verrà resa piena Giustizia!

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