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Il giudice e la Porsche: quando l’opportunità vale più della legalità

Ci sono storie che raccontano più di mille statistiche sullo stato della giustizia italiana. La vicenda del giudice Lirio Conti, in servizio alla sezione Gip del Tribunale di Palermo, appena sanzionato dal Csm con la rarissima valutazione negativa di professionalità, è una di queste. Non perché parli di un illecito penalmente accertato – l’inchiesta per corruzione è stata archiviata – ma perché squarcia il velo su ciò che dovrebbe essere ovvio: l’etica di un magistrato non si misura solo in tribunale, ma soprattutto fuori dall’aula.

Per oltre un decennio Conti ha comprato e rivenduto auto di lusso a prezzi di favore, fino a godersi per un anno e mezzo una Porsche Cayenne gratuita, assicurazione compresa, concessa da una concessionaria – la Lucauto – i cui titolari erano spesso sul banco degli imputati nei suoi stessi processi. Un intreccio inopportuno, imbarazzante, devastante sul piano della percezione pubblica.

C’è chi minimizza: “Non è reato, non c’è condanna”. Ma il punto è un altro. Un giudice non è un cittadino qualunque: è chiamato a incarnare indipendenza e sobrietà. Anche l’apparenza conta. Soprattutto in territori come Gela o Palermo, dove la mafia ha fatto dell’ambiguità, delle relazioni privilegiate e dei favori la sua arma più sottile.

Quando un magistrato che assolve un imputato di mafia viene poi scoperto a fare affari di favore con lo stesso imprenditore, non basta la giustificazione tecnica. È la fiducia del cittadino che si sgretola. È l’idea stessa di giustizia che traballa.

La sanzione del Csm – blocco di stipendio e carriera per due anni – è severa, ma anche simbolica: ricorda a tutti che l’indipendenza non è un optional, che la toga pesa più di un bolide su quattro ruote. E che il lusso, per un magistrato, non è questione di cavalli motore, ma di credibilità morale.

Il vero problema, però, resta aperto: quanti altri casi, meno vistosi, continuano a passare sotto silenzio? Quante relazioni di favore, quanti piccoli “sconti” o cortesie rischiano di minare la terzietà dei giudici, senza mai arrivare all’onore delle cronache?

In un Paese in cui la giustizia chiede ogni giorno sacrifici e rispetto, non possiamo permetterci toghe che accettano Porsche di cortesia. Non serve che ci sia un reato: basta che ci sia un’ombra. Perché senza fiducia, la giustizia non corre. Si ferma.

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