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Il guanto scomparso: un’inchiesta che sgretola pezzi di verità e riscrive responsabilità

Il nuovo capitolo dell’inchiesta sull’omicidio di Piersanti Mattarella — l’assassinio che sconvolse la Sicilia e l’Italia il 6 gennaio 1980 — non è una semplice riapertura: è la messa a fuoco di un sistema di omissioni e menzogne che, a giudizio della Procura di Palermo, ha volontariamente sottratto al processo la prova più decisiva. La notifica degli arresti domiciliari nei confronti di Filippo Piritore (foto), ex funzionario della Squadra Mobile oggi indagato per depistaggio, riporta all’emergere pubblico un fatto che dovrebbe far arrossire lo Stato: un guanto trovato sull’auto dei killer — potenzialmente carico di impronte e tracce biologiche — venne fatto sparire e per decenni la sua assenza è rimasta senza spiegazioni convincenti.

Fatti essenziali e contesto processuale

La misura cautelare è stata eseguita dalla Dia su disposizione della Procura di Palermo; l’ipotesi di reato è depistaggio per aver fatto disperdere un reperto cruciale delle indagini. Il reperto in questione è un guanto di pelle marrone, rinvenuto il giorno del delitto nella Fiat 127 usata dai sicari: un oggetto teoricamente idoneo a fornire impronte o, con le tecniche odierne, DNA. Quel guanto non fu mai repertato né sequestrato e la sua sorte resta ignota.

Queste due premesse bastano a spiegare perché la vicenda non sia mera rievocazione nostalgica giudiziaria: si tratta della possibile perdita deliberata di una prova che poteva rimettere in moto indagini bloccate da decenni.

Le versioni contrastanti: Piritore, Di Natale, Grasso

Negli interrogatori del 2024, Piritore racconta che il guanto sarebbe stato consegnato all’agente della Scientifica Di Natale, il quale lo avrebbe dovuto portare al sostituto procuratore Piero Grasso. Successivamente — ha detto Piritore — il reperto sarebbe tornato in possesso della Scientifica e sarebbe stato affidato a un tecnico di nome “Lauricella”. Le indagini della Procura hanno definito queste dichiarazioni “del tutto prive di riscontro”: Di Natale e Grasso negano di aver ricevuto o avuto il reperto, e negli archivi della Scientifica non risulta alcun Lauricella all’epoca. Per i pm, la ricostruzione di Piritore è incongruente e funzionale a sviare le ricerche.

Se ogni passaggio di consegna fosse stato tracciato con i verbali e i sequestri previsti dalla prassi, difficilmente oggi si potrebbe discutere di “sparizione”. L’assenza di verbali è quindi un dato probatorio — non un dettaglio — che va spiegato.

La cornice politica-criminale: Contrada e le relazioni illecite

Nella ricostruzione degli inquirenti emergono rapporti tra uomini delle istituzioni e pezzi della mafia. A questo proposito, il nome di Bruno Contrada — già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa — ricompare nella vicenda: Piritore avrebbe informato Contrada del ritrovamento del guanto, e, secondo i pm, i rapporti tra i due inclusero anche frequentazioni extra-ufficiali. Se confermati, questi snodi mostrano un meccanismo di coperture e scambi di informazioni fra apparati dello Stato e soggetti mafiosi che spiegano la capacità di “far sparire” prove determinanti.

Non è nuova nella storia italiana l’ipotesi di «pezzi dello Stato» che deviarono indagini su delitti politici. Ma la ricostruzione che collega consegna, informazione a figure come Contrada e mancate registrazioni processuali, se suffragata dalle prove, non sarebbe solo un episodio di mala gestione: sarebbe la prova di una strategia deliberata di occultamento.

Come si depista: metodo, vantaggi e impatti sul processo

Dal punto di vista tecnico, depistare significa rendere un reperto non utilizzabile agli scopi investigativi attraverso la mancata repertazione o mancato sequestro formale; dichiarazioni contraddittorie e non verificabili; trasferimenti “informali” del reperto tra uffici (o la loro simulazione); utilizzo di anagrafiche o nomi inesistenti per creare confusione.

Nel caso Mattarella, i vantaggi per chi voleva bloccare le indagini erano evidenti: un guanto dimenticato annulla per decenni la possibilità di analisi scientifiche moderne, impedendo confronti e connessioni con altri casi. I danni non sono solo processuali: sono storici e morali, perché privano la collettività della verità su un delitto che segnò la democrazia italiana.

Le responsabilità istituzionali: omissioni o complicità?

La Procura parla di indagini «pesantemente inquinate» da appartenenti alle istituzioni. È cruciale distinguere tra negligenza procedurale (mala prassi, disorganizzazione, incompetenza), che già sarebbe grave e azione dolosa (depistaggio voluto), che è un reato contro la giustizia e la democrazia stessa.

Le carte finora rese pubbliche e le smentite nette di testimoni chiave pongono l’ipotesi che le omissioni non siano soltanto colpevoli disattenzioni ma parti di una strategia più ampia. Se così fosse, parlare ancora di “errori” sarebbe insufficiente: bisognerebbe leggere quei fatti come atti politici che hanno aiutato a preservare impunità.

Che cosa sta cercando di chiarire adesso la magistratura

A) Verificare documentalmente tutte le comunicazioni tra Piritore, Contrada, gli uffici della Mobile e la Scientifica nella settimana successiva al delitto;
B) Ricostruire l’intero flusso di catena di custodia degli oggetti rinvenuti sulla Fiat 127;
C) Acquisire e comparare le dichiarazioni degli aventi responsabilità di allora con le prove tecniche disponibili oggi;
D) Riattivare, se possibile, ogni traccia biologica residua (ove esistano ancora reperti conservati) con le tecniche di genetica forense attuali.

L’urgenza non è solo processuale: è civica. Ogni anno che passa riduce la capacità di accertare fatti, raccogliere testimonianze e dare risposte a figli, parenti e alla collettività.

Conseguenze politiche e giudiziarie

Se l’accusa di depistaggio fosse provata in giudizio, le implicazioni sarebbero ampie. Non si tratterebbe solo di riaprire un fascicolo, ma di rimettere in discussione pezzi della storia delle istituzioni italiane. Si aprirebbe una ferita sulla credibilità delle forze dell’ordine e di organi dello Stato che, se non ricomposte dalla verità processuale, continueranno a produrre sfiducia. Inoltre, restituire un’idea di giustizia equa e trasparente alle vittime e al Paese sarebbe un dovere morale e democratico.

Per ora, la Procura ha compiuto il passo che la sua funzione impone: portare davanti a un giudice chi, a loro avviso, ha mentito e nascosto prove. Toccherà al processo dare risposte definitive.

Le domande che restano

Perché sono serviti quarantacinque anni per accertare sospetti di depistaggio su un fatto tanto grave?

Perché nessuno, all’epoca, segnalò formalmente la sparizione del guanto, pur conoscendone l’importanza investigativa?

Come è stato possibile che versioni contraddittorie e incongruenti non siano state verificate tempestivamente?

Quali interessi o protezioni istituzionali permisero che un reperto chiave sparisse nel nulla?

Chi coprì per decenni un depistaggio che ha compromesso per sempre la possibilità di identificare i killer e i mandanti?

E soprattutto: perché solo oggi, dopo 45 anni, lo Stato sembra voler indagare davvero su se stesso?

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