spot_img
spot_img

Il territorio di Halaesa Nebrodi è cresciuto. Adesso deve diventare una destinazione

Ci sono dati che confermano ciò che già sappiamo. E poi ci sono dati che ci obbligano a cambiare punto di vista. Quelli relativi alla crescita della ricettività del comprensorio Halaesa Nebrodi appartengono certamente alla seconda categoria.

I dati ISTAT raccontano che nel giro di appena cinque anni siamo passati da 34 a 207 strutture ricettive e da 638 a 1.575 posti letto. Dietro questi numeri non ci sono soltanto statistiche: ci sono centinaia di persone che hanno acquistato immobili, li hanno ristrutturati, aperto B&B, case vacanza e affittacamere. Hanno investito tempo, denaro e fiducia perché hanno visto nel nostro territorio un potenziale di crescita.

È questo, probabilmente, il dato più importante.

Sarebbe stato interessante confrontare questa crescita con l’andamento degli arrivi e delle presenze, Comune per Comune, lungo tutto il quinquennio. Purtroppo non disponiamo ancora di dati completi. Tuttavia è difficile immaginare che oltre 170 nuove strutture ricettive siano nate senza una domanda in costante aumento. Chi investe non lo fa per caso. Evidentemente il territorio ha iniziato ad attrarre un numero crescente di viaggiatori.

Il dibattito nato sui social ha aggiunto elementi importanti. Il sindaco di Tusa, Angelo Tudisca, ha ricordato giustamente come questi risultati siano anche il frutto del lavoro svolto dalle amministrazioni locali: la valorizzazione dell’area archeologica di Alesa, dodici anni consecutivi di Bandiera Blu, gli investimenti nei servizi, il recupero del centro storico, la programmazione culturale, il turismo accessibile, i cammini e il turismo green. Sono considerazioni che condivido. L’iniziativa privata investe più facilmente quando trova territori amministrati con visione e continuità.

Proprio per questo ritengo che oggi la riflessione debba spingersi oltre. Il vero tema non è capire come siamo arrivati fin qui, ma come evitare che questo boom rappresenti un episodio isolato. Finora la crescita è stata in gran parte spontanea, seppur favorita dalle iniziative dei singoli Comuni. Da questo momento, però, non basterà più aumentare il numero delle strutture ricettive: bisognerà riuscire a riempirle durante tutto l’anno.

È qui che nasce la differenza tra un territorio e una destinazione turistica.

Il turista può certamente partire con il desiderio di visitare un borgo o una località specifica. Ma quando è un intero territorio a suscitare interesse attraverso ciò che riesce a raccontare — la sua identità, le sue esperienze, il suo patrimonio, le emozioni che promette di far vivere — allora il singolo paese smette di essere il motivo principale del viaggio e diventa parte di un’esperienza più ampia. È in quel momento che nasce una vera destinazione turistica.

Per questo continuo a sostenere che il nostro obiettivo debba essere costruire una destinazione capace di esprimersi come un sistema: una narrazione comune, un calendario coordinato degli eventi, itinerari intercomunali, prodotti turistici prenotabili, strumenti condivisi di promozione e commercializzazione, formazione per gli operatori e una raccolta sistematica dei dati. Solo così sarà possibile governare lo sviluppo invece di limitarci ad osservarlo.

Anche le differenze emerse tra i vari Comuni non vanno interpretate come uno squilibrio. La crescita di Tusa, Santo Stefano di Camastra e Reitano rispetto a Mistretta, Motta d’Affermo, Pettineo e Castel di Lucio può diventare una grande opportunità. Le destinazioni di successo non sono quelle in cui tutti fanno la stessa cosa, ma quelle in cui ogni comunità conserva la propria identità e la mette al servizio di un progetto comune. Il mare, l’archeologia, la ceramica, i borghi, i boschi, le tradizioni popolari e la gastronomia sono risorse diverse che, se collegate, diventano un unico prodotto turistico.

In questa direzione si inserisce anche la riflessione di Giovanni Antonio Sanna, che da anni opera nel marketing territoriale in Sardegna. La sua osservazione è semplice ma centrale: aumentare l’offerta non significa automaticamente creare valore. Senza una regia condivisa si rischia di restare semplici fornitori di servizi. Una destinazione competitiva nasce invece quando amministrazioni, operatori e comunità imparano a lavorare come un unico sistema.

Credo sia proprio questa la sfida che ci attende. I dati del quinquennio 2020-2025 dimostrano che il territorio possiede potenzialità straordinarie. Adesso dobbiamo trasformare quella crescita spontanea in uno sviluppo organizzato. Servono una visione condivisa, una governance della destinazione e la capacità di trasformare tante eccellenze locali in un’unica proposta turistica riconoscibile.

Perché i posti letto possono aumentare spontaneamente. Tenerli occupati per gran parte dell’anno, invece, richiede qualcosa di diverso: la consapevolezza che il territorio esiste davvero e che è arrivato il momento di costruirlo come una destinazione turistica.

Autore

spot_img

Ultime News

Related articles