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Il vescovo Giombanco: ‘Meno bombe, più carità’. Ma i bilanci delle feste raccontano altro

Qualche mese fa, nella sua Lettera pastorale, il vescovo di Patti, mons. Guglielmo Giombanco, aveva lanciato un appello chiaro e diretto alle comunità parrocchiali e ai comitati festa: ridurre le spese eccessive per botti e luminarie e privilegiare gesti concreti di solidarietà. “Meno bombe, meno luminarie e più carità evangelica” – aveva scritto il presule, indicando una strada di sobrietà e responsabilità.

Eppure, osservando i bilanci consuntivi di alcuni comitati della diocesi pubblicati sui social, sembra che quell’appello sia rimasto lettera morta. Nella maggior parte dei casi, le somme destinate alla carità risultano nettamente inferiori rispetto a quelle spese per fuochi d’artificio, luminarie e rinfreschi.

Un’eccezione positiva arriva dal Comitato della Madonna della Luce di Mistretta, che quest’anno ha rinunciato ai giochi pirotecnici, sostituendoli con fumogeni colorati e momenti di preghiera per la pace. “Troppi botti nel mondo portano vittime, specialmente tra i bambini” – hanno scritto i promotori, ricevendo ampio consenso dai fedeli.

Rimanendo a Mistretta il confronto che più ha fatto discutere riguarda i bilanci di due feste principali della città: San Sebastiano, patrono della ridente cittadina e il S.S. Ecce Homo.

Il Comitato di San Sebastiano ha gestito circa 89 mila euro. Quello dell’Ecce Homo, un tempo considerata festa secondaria, circa 70 mila euro, grazie anche al sostegno degli sponsor che, nei confronti di questi ultimi, dai numeri pubblicati nei bilanci, sembrano essere più magnanimi con le donazioni. Ogni anno, alla pubblicazione dei rendiconti, la gestione delle donazioni diventa oggetto di polemiche e chiacchiericcio. Ma questa è un’altra storia.

A noi interessa valutare i numeri importanti, che testimoniano la generosità dei fedeli e l’impegno degli sponsor, nell’ottica solidale. A sorprendere – e a far discutere – è un altro dato: praticamente nessuna delle feste più importanti, che ha gestito decine di migliaia di euro, ha destinato somme significative alla carità, se non contributi simbolici.

In altre parole, migliaia di euro bruciati in fuochi e luminarie, ma poche briciole per i poveri e i bisognosi. Un paradosso che stride con il Vangelo e con le indicazioni del vescovo. Il caso di Mistretta è solo un esempio — in altre realtà la situazione è analoga — che solleva una domanda che riguarda non solo la città ma l’intera diocesi: che senso ha spendere decine di migliaia di euro per feste religiose se manca il cuore stesso della fede, cioè la carità?

Nessuno, è chiaro, è obbligato a seguire alla lettera l’appello del vescovo. I comitati festa sono liberi di decidere come gestire i fondi raccolti grazie alla generosità dei fedeli e al sostegno degli sponsor. Tuttavia, non si può ignorare il senso profondo dell’invito di mons. Giombanco: quello di rimettere al centro la carità come segno concreto della fede e non come elemento marginale o accessorio.

Ciascun componente dei comitati, nel momento in cui si assume la responsabilità di organizzare una festa religiosa, dovrebbe fermarsi a riflettere sul valore delle scelte compiute. Davvero è più importante uno spettacolo pirotecnico da migliaia di euro piuttosto che un aiuto concreto a una famiglia in difficoltà, a un malato, a un giovane che ha perso il lavoro?

Le feste patronali hanno una dimensione comunitaria e spirituale che non può ridursi a intrattenimento. Ogni euro speso è una testimonianza, e la sproporzione tra le somme destinate ai botti e quelle riservate alla carità rischia di lanciare un messaggio sbagliato: quello di una fede più attenta all’apparenza che alla sostanza.

Per questo, pur nella libertà di ciascun comitato, è auspicabile una riflessione seria e condivisa: non per abolire tradizioni sentite – come ricordava mons. Giombanco –  ma per restituire loro autenticità, ricordando che senza gesti di amore e di solidarietà la festa religiosa perde la sua anima e diventa solo un evento mondano.

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