Un’inchiesta destinata ad avere un forte impatto sul panorama politico e amministrativo siciliano. La Procura della Repubblica di Agrigento, guidata dal procuratore Giovanni Di Leo, ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di 24 persone e di diverse società operanti nel settore degli appalti pubblici, delineando un presunto sistema di gestione irregolare delle gare e delle risorse pubbliche.
L’indagine, particolarmente articolata, coinvolge amministratori pubblici, imprenditori, professionisti e funzionari, ai quali vengono contestati, a vario titolo, reati che spaziano dalla corruzione alla frode nelle pubbliche forniture, fino alla rivelazione di segreti d’ufficio e ad altre ipotesi di illecito legate all’affidamento e alla gestione di importanti lavori pubblici.
L’avviso di conclusione delle indagini rappresenta un passaggio previsto dal codice di procedura penale e consente agli indagati di esercitare il proprio diritto di difesa, depositando memorie, producendo documentazione o chiedendo di essere interrogati prima dell’eventuale richiesta di rinvio a giudizio. Le contestazioni formulate dalla Procura dovranno ora essere sottoposte al vaglio dell’autorità giudiziaria e restano, allo stato, ipotesi accusatorie.
Sotto la lente anche gli interventi dopo la tragedia di Ravanusa
Tra i filoni investigativi rientrano anche gli interventi eseguiti dopo la drammatica esplosione che nel dicembre 2021 devastò Ravanusa provocando la morte di nove persone.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, alcuni lavori di messa in sicurezza e ripristino sarebbero stati oggetto di presunte condotte corruttive finalizzate ad aumentare gli importi degli affidamenti. Tra gli episodi contestati figurano quelli relativi agli interventi in via Trilussa, dove l’impresa riconducibile ai fratelli Diego e Federica Caramazza avrebbe ottenuto un incremento dell’importo dei lavori, che sarebbe passato da circa 200 mila a oltre 256 mila euro. Gli investigatori ipotizzano il pagamento di tangenti al funzionario pubblico coinvolto nell’inchiesta.
Il ruolo contestato all’imprenditore e sindaco Giuseppe Capizzi
Tra i nomi di maggiore rilievo compare quello di Giuseppe Capizzi, imprenditore e sindaco di Maletto, ritenuto dagli inquirenti uno dei principali protagonisti del presunto sistema. Le contestazioni riguardano in particolare l’appalto per il rifacimento della rete idrica di Agrigento, un’opera dal valore di quasi 40 milioni di euro, aggiudicata a un raggruppamento di imprese guidato dal Consorzio Della, del quale Capizzi risultava procuratore.
La Procura ipotizza una frode nell’esecuzione del contratto, sostenendo che il raggruppamento non disponesse dei requisiti economici e organizzativi necessari per affrontare un’opera di tale portata. Tra le criticità contestate figurano anche una presunta fideiussione non valida, carenze nella documentazione di sicurezza, ritardi nelle nomine delle figure professionali previste e irregolarità nella predisposizione del cronoprogramma dei lavori.
Nello stesso procedimento risulta indagato anche Antonino Putrino, consigliere comunale di maggioranza a Maletto e titolare della Gen Costruzioni.
I rapporti con il funzionario Sebastiano Alesci
Una posizione centrale nell’inchiesta è attribuita a Sebastiano Alesci, funzionario pubblico che, secondo la Procura, avrebbe avuto un ruolo determinante in numerosi procedimenti amministrativi.
Gli investigatori sostengono che tra Alesci e Capizzi esistesse un rapporto di particolare vicinanza e che il funzionario avrebbe favorito l’imprenditore fornendogli informazioni riservate sulle procedure di gara e sui finanziamenti disponibili presso alcune amministrazioni.
Tra gli episodi contestati vi è anche una gara relativa ai lavori sulla rete fognaria di Licata. Secondo l’accusa, Alesci avrebbe consegnato a Capizzi documentazione tecnica riservata, comprendente progetto e relazione tecnica, consentendogli di acquisire un vantaggio competitivo rispetto agli altri partecipanti.
Le contestazioni nei confronti dell’ex assessore Roberto Di Mauro
Tra gli indagati figura anche l’ex assessore regionale ai Rifiuti Roberto Di Mauro. La Procura gli contesta, tra l’altro, di avere gestito i finanziamenti pubblici destinati agli appalti dell’Agrigentino nell’interesse di alcuni operatori economici coinvolti nell’indagine.
Secondo la ricostruzione accusatoria, Di Mauro avrebbe favorito l’avvio del cantiere relativo alla rete idrica di Agrigento nonostante la presunta inidoneità del raggruppamento aggiudicatario ad eseguire i lavori.
Sempre secondo gli inquirenti, l’ex assessore avrebbe inoltre promosso iniziative per anticipare, attraverso una variazione di bilancio regionale, una somma di 10 milioni di euro destinata alle imprese aggiudicatarie e avrebbe presentato Capizzi ad altri imprenditori nel tentativo di favorire l’organizzazione del cantiere.
Numerosi appalti pubblici al centro dell’inchiesta
L’indagine non riguarda esclusivamente la rete idrica di Agrigento. Tra gli appalti finiti sotto la lente della magistratura figurano anche interventi di riqualificazione di impianti sportivi, lavori stradali e opere riguardanti impianti per il trattamento dei rifiuti in diversi comuni della provincia agrigentina.
Le ipotesi formulate dalla Procura delineano un presunto sistema nel quale rapporti privilegiati tra funzionari pubblici, amministratori e imprese avrebbero inciso sulla gestione delle gare e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.
Gli indagati
Hanno ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini:
Sebastiano Alesci, Antonino Belpasso, Rosaria Bentivegna, Giuseppe Capizzi, Diego Caramazza, Federica Caramazza, Antonino Catania, Alessandro D’Amore, Raffaele De Sio, Roberto Di Mauro, Maurizio Giuseppe Domenico Savio Falzone, Vittorio Giarratana, Filippo Salvatore Interlicchia, Francesca Irene Laterra, Lorenzo Leanza, Giovanni Mangiapane, Carmela Moscato, Maria Parisi, Antonino Putrino, Stefano Salemi, Maria Sitibondo, Luigi Sutera Sardo, Giuditta Turco e Alessandro Vetro.
L’eventuale processo dovrà accertare la fondatezza delle contestazioni mosse dalla Procura. Fino a eventuale sentenza definitiva, per tutti gli indagati vale il principio costituzionale della presunzione di innocenza.




