Domenica sera ho visto la puntata di Report “La banalità del nero”. L’ho vista una volta, e non è bastato. L’ho rivista oggi su RaiPlay, con la necessità di chi sente che ciò che ha davanti non è solo un’inchiesta televisiva, ma un atto di accusa civile che merita attenzione, tempo, silenzio. Rivederla non ha attenuato lo sconcerto, lo ha reso più lucido. Perché alcune verità – o meglio, alcune domande – quando vengono finalmente rimesse al centro, non si consumano: pesano.
C’è qualcosa di profondamente intollerabile in ciò che Report ha rimesso sotto gli occhi del Paese con il servizio “La banalità del nero”. Non solo per la gravità dei fatti evocati – le stragi del 1992, Capaci e via D’Amelio, ferite mai rimarginate della nostra Repubblica – ma per ciò che emerge con sempre maggiore chiarezza: uno Stato che non è stato solo incapace di proteggere i suoi servitori migliori, ma che ha prodotto, tollerato o coperto depistaggi sistematici. Uno Stato che, in alcuni suoi apparati, si è fatto stragista e poi smemorato.
Le inchieste giornalistiche non emettono sentenze, ma pongono domande. E le domande che Report pone sono di quelle che fanno paura perché scardinano la narrazione rassicurante di una verità già scritta. La cosiddetta “pista nera”, liquidata per anni come marginale o inconsistente, torna a imporsi non come verità definitiva, ma come ipotesi mai davvero indagata fino in fondo, sepolta sotto strati di omissioni, archiviazioni frettolose e discredito verso chi osava insistere.
Il punto non è sostituire una verità con un’altra. Il punto è riconoscere che la verità ufficiale sulle stragi è stata costruita anche attraverso il silenzio, la rimozione e il depistaggio. La scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, le false piste, la delegittimazione di testimoni e investigatori, il disprezzo verso chi non si allineava: tutto questo non è folklore giudiziario, ma materia politica e democratica. È il segno di uno Stato che, anziché fare i conti con se stesso, ha scelto di proteggere zone d’ombra.
In questo contesto, l’indignazione non può che crescere di fronte agli attacchi contro Report. Attacchi preventivi, strumentali, spesso violenti nel linguaggio, che nulla hanno a che vedere con il legittimo confronto critico. Qui non si discute un metodo o una fonte: si tenta di delegittimare il diritto stesso di indagare, di insinuare che raccontare fatti scomodi equivalga a tradire le istituzioni. È un rovesciamento pericoloso: come se l’istituzione da difendere non fosse la verità, ma il potere.
Report, programma del servizio pubblico, fa esattamente ciò che il servizio pubblico dovrebbe fare: mettere in discussione, disturbare, scavare dove altri preferirebbero stendere un velo. E lo fa assumendosi rischi enormi, esponendosi a querele, pressioni politiche, campagne di delegittimazione. Chi oggi attacca Report non difende lo Stato: difende una sua caricatura, quella che pretende obbedienza e silenzio.
La vera lealtà alla Repubblica sta nel pretendere che i suoi apparati rispondano delle proprie azioni. Sta nel non accettare che le stragi di mafia vengano archiviate come eventi del passato, scollegati da responsabilità istituzionali. Sta nel riconoscere che senza verità non c’è pacificazione, e senza giustizia non c’è democrazia.
Per questo “La banalità del nero” non è solo un titolo efficace, ma una diagnosi morale. Il male non sempre si presenta con tratti mostruosi: spesso indossa la maschera dell’abitudine, della burocrazia, del “non è il momento”, del “non ci sono prove sufficienti”. È in questa banalità che si annida la complicità.
Difendere Report oggi significa difendere il diritto dei cittadini a sapere. Significa ricordare che Falcone e Borsellino non chiedevano celebrazioni, ma verità. E significa affermare, con forza, che uno Stato che attacca chi cerca la verità dimostra di non aver ancora fatto pace con la propria storia.




