spot_img
spot_img

La credibilità della scuola non si misura a calendario. Il punto della prof. Fratantoni

C’è un punto di osservazione che raramente entra nel dibattito pubblico quando si parla di scuole chiuse, calendari adattati, ponti o sospensioni: è il punto di vista di chi la scuola la vive ogni giorno in aula, tra registri elettronici, consigli di classe, programmazioni scolastiche, studenti concreti con nomi, fragilità, talenti e distrazioni.

Da questa prospettiva, la questione non si presenta come una contrapposizione tra rigore e lassismo, tra difesa del diritto allo studio e cedimento alla convenienza. Si presenta, piuttosto, come un equilibrio quotidiano tra vincoli normativi, complessità organizzative, responsabilità educative e sostenibilità reale del servizio.

Un’insegnante che conosce dall’interno i meccanismi della scuola sa che il calendario scolastico non è un foglio piegato a capriccio, ma il risultato di una trama di deliberazioni collegiali, obblighi di legge, margini di autonomia e necessità concrete. Sa che la soglia dei 200 giorni non è uno slogan, ma un vincolo giuridico; sa anche che la qualità dell’apprendimento non si misura con il cronometro, bensì con la profondità delle relazioni educative, con la solidità del metodo, con la capacità di dare senso al tempo trascorso insieme.

In questa prospettiva, la riflessione sulle facili chiusure non può ridursi a un simbolo di resa istituzionale. Può, invece, diventare l’occasione per interrogarsi su cosa significhi oggi governare una scuola pubblica: tra sicurezza, legalità, sostenibilità economica, carico burocratico, fragilità generazionali e aspettative sociali sempre più estese.

È con questo sguardo, interno e responsabile, che si propone di seguito il testo della professoressa di Storia e Filosofia dei Licei “Alessandro Manzoni” di Mistretta, Anna Maria Fratantoni, che ha fatto un’analisi sull’opinione pubblicata da Quadrochiaro, “Scuole chiuse per Carnevale: quando il calendario scolastico viene piegato alla convenienza” a firma di Giuseppe Salerno.


Le considerazioni della prof.ssa Fratantoni

Mi permetto di eccepire, con rispetto ma con fermezza, che l’articolo in questione, pur animato da un intento apparentemente rigoroso, finisca per risultare meno generoso di quanto la complessità del tema richiederebbe.

Ridurre la riflessione sulla qualità dell’istruzione a una questione aritmetica di giorni di lezione rischia di spostare l’attenzione dal nodo essenziale: non è la quantità del tempo a determinare l’efficacia della didattica, ma la qualità del metodo.

La storia della pedagogia, da Socrate a Montessori fino a don Milani, ci insegna che l’apprendimento significativo nasce dall’intenzionalità, dalla struttura, dalla relazione educativa, non dalla mera estensione cronologica. Un insegnante può parlare per ore senza lasciare traccia, così come può incidere profondamente in un tempo più breve se guidato da chiarezza metodologica e consapevolezza formativa.

Se oggi registriamo difficoltà diffuse nelle competenze di base, nell’attenzione, nel lessico, sarebbe forse più onesto interrogarsi sulle trasformazioni culturali, sulla pervasività del digitale, sulla frammentazione dell’esperienza cognitiva, sul carico burocratico che grava sulle scuole, sulla precarietà del personale, piuttosto che assumere due giorni di sospensione come simbolo di un presunto cedimento istituzionale.

La scuola è divenuta nel tempo il luogo su cui la società proietta ogni propria mancanza: deve occuparsi della violenza di genere, del disagio giovanile, dell’educazione civica, dell’inclusione, della prevenzione di ogni forma di marginalità. In questo quadro, concentrare la critica su interventi tecnici programmati in coincidenza con una festività rischia di trasformare un dettaglio organizzativo in una narrazione di deresponsabilizzazione.

Quanto alla leadership, mi preme affermare con serenità che, nel mio caso, essa si fonda su trasparenza assoluta, rigore amministrativo e rispetto scrupoloso della legalità. Ogni decisione è motivata da esigenze oggettive, documentata, comunicata con chiarezza e assunta con senso di responsabilità istituzionale. La compostezza, l’eleganza nei rapporti istituzionali e l’onestà dirigenziale non sono comportamenti retorici ma criteri operativi quotidiani che guidano l’azione della mia scuola.

Non vi è alcuna ricerca di consenso facile, bensì l’equilibrio tra tutela della sicurezza, rispetto delle norme e garanzia del diritto allo studio.

La credibilità di un’istituzione non si misura dall’ostinazione simbolica a restare aperta in ogni circostanza, ma dalla coerenza tra principi proclamati e prassi adottate. Se vogliamo davvero difendere la scuola pubblica, dobbiamo evitare semplificazioni che rischiano di indebolirla ulteriormente e riconoscere che la qualità dell’educazione non si costruisce sommando giorni ma coltivando metodo, responsabilità e visione culturale.

È bene ricordare, inoltre, un dato normativo che non è opinabile: per legge gli studenti devono effettuare almeno 200 giorni di lezione nell’anno scolastico, soglia che costituisce parametro ordinamentale non solo nel nostro sistema, ma nell’intero quadro europeo. Nessun dirigente scolastico può scendere al di sotto di tale limite senza porre l’istituzione in una condizione di irregolarità formale e sostanziale.

La garanzia dei 200 giorni non è un dettaglio amministrativo, ma un vincolo giuridico preciso che orienta la programmazione annuale. Proprio per assicurare il rispetto di questa soglia anche in presenza di imprevisti — eventi atmosferici, emergenze tecniche, necessità manutentive non differibili — le scuole pianificano con largo anticipo il calendario, attraverso una deliberazione responsabile del collegio dei docenti, presieduto dal dirigente scolastico.

Quello che superficialmente viene definito “ponte” è spesso il risultato di una programmazione ponderata che tiene conto della sostenibilità organizzativa, della razionalizzazione della spesa pubblica e della funzionalità complessiva del servizio: evitare, ad esempio, il rientro per un solo giorno isolato tra festività ravvicinate significa anche considerare costi di trasporto, di funzionamento e di gestione che gravano sull’intera collettività.

Per rendere possibile tale assetto, molte scuole anticipano l’inizio delle lezioni rispetto al calendario regionale di riferimento, proprio per costruire un margine di sicurezza che consenta di assorbire eventuali sospensioni senza intaccare il monte giorni obbligatorio. Ci si potrebbe allora domandare con garbata ironia come mai non susciti analoga perplessità il fatto che numerosi istituti abbiano aperto in anticipo, assumendosi un onere organizzativo ulteriore pur di garantire continuità e legalità.

La verità è che dietro quelle che vengono lette come concessioni vi è, nella maggior parte dei casi, una programmazione rigorosa, collegiale e conforme alle norme, che testimonia non leggerezza, ma senso dello Stato e responsabilità istituzionale.

Autore

spot_img

Ultime News

Related articles