Ogni anno, il 26 luglio, il piccolo centro di Capizzi, incastonato nei Nebrodi siciliani, si trasforma nel cuore pulsante di una delle celebrazioni religiose e folkloristiche più intense e partecipate dell’isola: i festeggiamenti di San Giacomo. Un evento che non è solo una festa, ma l’espressione vivida e profonda di un’identità collettiva che resiste al tempo e alle trasformazioni sociali. Eppure, puntualmente, con la fine delle celebrazioni, i social network diventano il terreno di scontro tra chi vive questa festa come parte fondante della propria esistenza e chi, da fuori, la giudica con superficialità, distacco e con tono sprezzante.
Un rito che unisce e racconta un popolo
I festeggiamenti di San Giacomo a Capizzi non sono una commemorazione religiosa, una sfilata folkloristica, una “cannivalata”, come la definisce qualcuno dall’esterno. Sono un insieme di riti antichi, di simboli, di azioni che affondano le radici in secoli di storia, tramandati di generazione in generazione. Ogni passo, ogni grido, ogni corsa attorno alla “vara” (la macchina processionale), è carico di significato, di fede, di speranza.
È una tradizione che coinvolge l’intera comunità e richiama ogni anno centinaia di emigrati sparsi in tutto il mondo, che tornano a Capizzi non solo per osservare, ma per partecipare attivamente, mossi da un legame che non si è mai spezzato. La festa è accompagnata da bande musicali, abiti tradizionali, sapori della gastronomia locale, fuochi d’artificio. Le vie si trasformano in un palcoscenico di colori, di emozioni, di devozione vissuta in maniera autentica e profonda.
Fede, identità, appartenenza
Ciò che per alcuni osservatori esterni può apparire eccessivo, persino primitivo, è in realtà l’espressione di una fede che si manifesta nella forma più intensa e collettiva. La religiosità popolare, per sua natura, non è codificata nei canoni del silenzio e della compostezza, ma spesso si esprime attraverso il corpo, la voce, il sudore. È una fede “esplosiva”, fisica, appassionata. E non per questo meno autentica o meno rispettabile.
Ogni manifestazione rituale è la concretizzazione di una visione del mondo, di una relazione col sacro – e spesso col profano – di un modo di stare insieme. Il corteo che accompagna San Giacomo, le urla dei fedeli, le lacrime, la fatica condivisa sono parte integrante di una forma di spiritualità che parla il linguaggio della comunità. È una fede vissuta, non raccontata.
Il giudizio superficiale di chi non conosce
Come ogni anno, anche quest’anno i social sono diventati il bersaglio e il campo di battaglia. Il video dell’incidente durante il rito dei miracoli – quando la macchina processionale si è inclinata pericolosamente – ha scatenato un’ondata di critiche, accuse, offese. In molti hanno parlato di “inciviltà”, di “barbarie”, addirittura invocando la sospensione della festa o la rimozione della patria potestà per quei genitori che permettono ai figli, non accompagnati, di partecipare.
Queste critiche, però, rivelano una profonda ignoranza. Ignoranza non solo del significato dei riti, ma del valore culturale che essi rappresentano. Chi corre sotto la vara lo fa con piena consapevolezza, assumendosi un rischio personale, certo, ma spinto da una motivazione intima, che può essere una promessa, una preghiera, una riconoscenza. È un gesto di fede e di speranza, non un atto sconsiderato.
Ridurre tutto a “paganesimo”, “pericolo” o “folklore urlato” è una semplificazione miope. È come giudicare una lingua straniera senza conoscerne la grammatica. Chi non è nato a Capizzi, chi non ha respirato sin da piccolo quell’atmosfera, chi non ha assistito all’attesa collettiva, alla preparazione meticolosa, al silenzio carico di emozione che precede il rito, non può capire davvero.
Tradizione e sicurezza: un binomio possibile
Certo, eventi come quello accaduto quest’anno non possono essere ignorati. La sicurezza deve essere una priorità, e ogni comunità che si stringe attorno a una tradizione ha anche il dovere di evolversi, di migliorare l’organizzazione, di prevenire i rischi. Ma questo non significa snaturare la festa, né tantomeno denigrare chi vi partecipa.
Le autorità, le confraternite, i volontari, i fedeli: tutti lavorano ogni anno per garantire una festa che sia al tempo stesso intensa e sicura. E invece di distruggere con le parole ciò che si costruisce con il sacrificio, sarebbe più giusto e più rispettoso avviare un dialogo serio, propositivo, capace di migliorare l’evento senza snaturarne l’anima.
Una comunità che resiste e celebra sé stessa
La festa di San Giacomo è lo specchio di un’identità profonda, è un momento in cui Capizzi non solo onora il suo Patrono, ma racconta sé stessa al mondo. È un linguaggio collettivo fatto di emozioni condivise, di riti arcaici e potenti, di legami che neanche la distanza geografica riesce a spezzare.
Chi oggi si affanna a criticare, a deridere, a sminuire, dovrebbe fermarsi e guardare più in profondità. Perché dietro ogni urlo, ogni corsa, ogni lacrima, c’è la storia di un popolo, di una cultura, di un amore viscerale per la propria terra e per ciò che la rappresenta. E questo merita rispetto.




