L’omicidio di Paolo Taormina, il giovane gestore del locale O’ Scruscio ucciso a colpi di pistola in piazza Spinuzza, non è solo l’ennesima tragedia di sangue a Palermo. È anche un segnale inquietante del modo in cui la violenza si insinua e si rigenera dentro l’immaginario digitale.
Gaetano Maranzano, il 28enne fermato per l’omicidio, aveva costruito su TikTok un piccolo palcoscenico personale. Un profilo costellato di collane d’oro, ciondoli con armi, musiche di serie tv sulla mafia. Una rappresentazione di sé che mescola esibizionismo e simbologia criminale, come se il linguaggio della violenza potesse diventare intrattenimento.
Dopo l’arresto, la macchina dei social non si è fermata. Anzi, si è moltiplicata. Sono comparsi profili anonimi, come quello chiamato “zen2”, che diffondono messaggi di solidarietà verso Maranzano, richiamando il quartiere d’origine dell’indagato e una presunta fratellanza di strada. È un copione già visto: dopo la strage di Monreale, nel Palermitano, anche l’autore di quell’eccidio ricevette manifestazioni di vicinanza su TikTok, attraverso video, canzoni e hashtag.
Siamo di fronte a un fenomeno nuovo solo nei mezzi, non nei contenuti. L’esaltazione del criminale come figura di riscatto e potere è un archetipo antico nelle periferie segnate da esclusione e povertà. Ma oggi, grazie ai social, quel mito si aggiorna e si diffonde in tempo reale, diventando accessibile, imitabile, “virale”.
TikTok — con la sua grammatica fatta di brevi video, musiche evocative e filtri accattivanti — si trasforma in un linguaggio perfetto per la mitologia del quartiere: l’ostentazione del lusso, la sfida alle regole, l’onore, la lealtà. Tutto condensato in pochi secondi di visibilità.
In questo scenario, la violenza non è più soltanto un fatto da condannare, ma un racconto da mettere in scena. La pistola non è un’arma, ma un simbolo estetico. Il criminale non è un emarginato, ma un “personaggio”. E il dolore delle vittime, come quello di Paolo Taormina e della sua famiglia, rischia di scomparire dietro la patina digitale di una subcultura che trasforma la cronaca in contenuto, la tragedia in spettacolo.
Non è TikTok il colpevole, ma il suo uso distorto che riflette un disagio più profondo. In quartieri dove lo Stato è percepito come distante e la povertà è quotidiana, la piattaforma diventa il luogo in cui costruire una forma di riconoscimento sociale, anche attraverso simboli di violenza.
La sfida, allora, non è solo repressiva o tecnologica: è culturale. Serve riportare nel dibattito pubblico il tema dell’educazione digitale, della responsabilità dei social, ma anche della marginalità che alimenta questi linguaggi. Perché finché la violenza continuerà a essere un modo per “esistere” online, nessuna perquisizione o arresto potrà spegnere davvero il fuoco che brucia sotto la superficie dei video virali.




