C’è un principio che nessuno dovrebbe mai dimenticare: in Italia, fino al terzo grado di giudizio, ogni cittadino è innocente. È una garanzia fondamentale dello Stato di diritto, un presidio di civiltà giuridica che vale per tutti, anche e soprattutto per chi ricopre cariche istituzionali.
Ma c’è un altro principio, meno codificato e molto più ingombrante, che appartiene alla sfera della responsabilità pubblica: l’opportunità politica e morale.
Ed è proprio qui che il caso di Gaetano Galvagno, presidente dell’Assemblea regionale siciliana, diventa un problema non giudiziario, ma politico. Un problema che riguarda l’immagine delle istituzioni, già logore, già ferite, già sospettate di essere troppo spesso terreno di scambi, scorciatoie e opacità. La richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura di Palermo non è una condanna. Non è un verdetto. Non è una sentenza. Ma è – e questo sì – un fatto politico enorme, che pesa come una pietra sul vertice della più alta istituzione parlamentare della Sicilia.
In qualsiasi democrazia matura, chi si ritrova al centro di un’inchiesta così complessa, con accuse che spaziano dalla corruzione al peculato fino al falso, farebbe un passo indietro. Non per ammissione di colpa, ma per rispetto del ruolo. Per rispetto dell’Assemblea che presiede. Per rispetto dei cittadini. In Sicilia no. In Sicilia, come troppo spesso accade, si resiste. Ci si aggrappa alla poltrona. Si considera la carica non un servizio, ma un diritto acquisito.
Galvagno ha scelto di non dimettersi, ribadendo il proprio lavoro al servizio dell’Ars e la fiducia nella magistratura. Legittimo. Ma la domanda è un’altra: è opportuno?
Può il garante delle regole interne del Parlamento regionale continuare a esercitare il proprio ruolo mentre deve chiarire davanti a un giudice se abbia – o meno – distorto quelle stesse regole per finalità private?
Può un presidente dell’Ars restare al suo posto quando sulla sua attività istituzionale si aprono ombre così larghe da avvolgere collaboratori, fondazioni, imprenditori, eventi finanziati e perfino l’auto di servizio?
Anche con la presunzione d’innocenza pienamente riconosciuta, resta una considerazione inevitabile: le istituzioni non si difendono stando seduti sulla loro sommità, ma facendo passi di lato quando necessario.
La politica non può più permettersi il lusso di ignorare questa distinzione.
E se davvero vogliamo sottrarre la politica regionale dal pantano del sospetto, allora servono gesti simbolici: quelli che mostrano che la moralità non è un optional, né un fastidio, né un prezzo da pagare quando arriva una richiesta di rinvio a giudizio.
Galvagno potrà anche uscire assolto da ogni accusa – e glielo auguriamo, come glielo auguriamo a qualunque cittadino coinvolto in un procedimento.
Ma qualunque sarà l’esito giudiziario, resterà una verità semplice, che la credibilità delle istituzioni non si misura nei tribunali, ma nei comportamenti di chi le rappresenta. E oggi, quella credibilità, a Sala d’Ercole, vacilla.




