In cinque anni alimentari aumentati del 29,5%, caffè del 50,8% e spese per abitazione ed energia del 43,3%. Dietro le percentuali c’è la quotidianità di famiglie che comprano meno e spendono di più
Ci sono numeri che raccontano la condizione di un Paese molto più di tanti discorsi pronunciati nei palazzi della politica. Quelli sull’andamento dei prezzi negli ultimi cinque anni appartengono certamente a questa categoria.
Tra luglio 2021 e luglio 2026, in Italia, i prezzi dei prodotti alimentari e delle bevande analcoliche sono aumentati complessivamente del 29,5%. Il caffè costa il 50,8% in più, oli e grassi hanno registrato rincari superiori al 49%, ortaggi e legumi sono saliti del 34%, mentre la frutta ha superato il 28%.
Non parliamo di beni voluttuari o di acquisti che una famiglia può semplicemente rinviare. Parliamo di ciò che ogni giorno finisce sulla tavola degli italiani: pane, pasta, latte, uova, carne, verdura, frutta. Prodotti indispensabili che, messi insieme, stanno trasformando la spesa settimanale in un esercizio sempre più difficile di rinunce, confronti e calcoli.
Al conto del supermercato si aggiunge quello dell’abitazione. La categoria che comprende casa, acqua, elettricità, gas e combustibili è cresciuta del 43,3% rispetto al 2021. Anche i trasporti, nello stesso periodo, sono aumentati del 19%, mentre i servizi sanitari costano il 6,9% in più.
I numeri emergono da un’indagine pubblicata oggi, lunedì 31 agosto 2026 dal Sole 24 Ore e firmata da Michela Finizio e Pietro Spotorno. La simulazione mette a confronto i prezzi registrati tra luglio 2021 e luglio 2026, prendendo come riferimento un paniere di 31 prodotti alimentari rappresentativo della spesa settimanale di una coppia con un figlio. Applicando gli indici dei prezzi al consumo dell’Istat ai dati dell’Osservatorio prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il costo dello stesso carrello è passato simbolicamente da 100 a 129,50 euro.
Gli ulteriori dati relativi all’aumento complessivo degli alimentari, alle spese per abitazione ed energia, ai trasporti e ai servizi sanitari derivano invece da un’elaborazione degli indici Istat realizzata da Chiara Brusini e Fabio Amato, pubblicata sempre oggi da Il Fatto Quotidiano. Il periodo preso in esame resta quello compreso tra luglio 2021 e luglio 2026.
Dietro queste percentuali non ci sono formule astratte. Ci sono famiglie che rinunciano ad alcuni prodotti, anziani che devono scegliere come distribuire una pensione insufficiente, lavoratori che vedono svanire una parte sempre maggiore dello stipendio tra bollette, carburante e spesa alimentare. Ci sono genitori che comprano meno, rimandano una visita medica o cancellano una breve vacanza perché, alla fine del mese, i conti non tornano.
Qualcuno potrebbe osservare che oggi l’inflazione è più bassa rispetto ai picchi raggiunti tra il 2022 e il 2023. È vero, ma è un argomento che rischia di confondere il problema. Un rallentamento dell’inflazione non significa che i prezzi siano tornati ai livelli precedenti. Significa soltanto che continuano a crescere più lentamente, dopo essere già saliti in maniera considerevole.
Un prodotto passato da cento a centotrenta euro non torna a costarne cento solo perché il ritmo degli aumenti diminuisce. Rimane a centotrenta, e da quella base continua eventualmente a salire. È questo il dato che le famiglie percepiscono e che spesso non trova spazio nella narrazione pubblica.
Nel frattempo si compra meno e si spende di più. I dati sulle vendite mostrano infatti una crescita degli incassi accompagnata da una riduzione dei volumi acquistati. Non è necessariamente il segnale di consumatori più ricchi o di un’economia più florida: molto più semplicemente, per portare a casa una quantità inferiore di prodotti occorre lasciare alla cassa una somma maggiore.
In Sicilia il problema assume un peso ancora più evidente. A luglio la crescita dei prezzi risultava superiore alla media nazionale e a Catania l’inflazione annua raggiungeva il 3,4%. In una regione nella quale stipendi, pensioni e livelli occupazionali sono spesso più bassi rispetto ad altre aree del Paese, ogni rincaro colpisce con maggiore durezza.
Eppure, osservando una parte consistente del dibattito politico, viene spontaneo domandarsi se chi governa, a ogni livello, abbia piena consapevolezza di questa realtà. Le energie pubbliche vengono troppo spesso assorbite da polemiche, contrapposizioni costruite per alimentare il consenso, slogan e argomenti destinati a durare lo spazio di qualche giorno.
Non si tratta di schierarsi con una parte contro un’altra. Il carovita non possiede una tessera di partito e non distingue tra elettori di destra, di sinistra o delusi dalla politica. Colpisce tutti, anche se pesa maggiormente su chi dispone di redditi più bassi.
Governare dovrebbe significare, prima di ogni altra cosa, individuare le priorità concrete e affrontarle. Difendere il potere d’acquisto, sostenere i redditi medio-bassi, vigilare sulle filiere e sulle speculazioni, rendere realmente accessibili sanità e trasporti, ridurre il peso delle bollette e alleggerire il carico che grava sulle famiglie.
Non bastano interventi occasionali, bonus temporanei o annunci destinati a esaurirsi rapidamente. Occorre una strategia capace di incidere sulle cause e di restituire stabilità alle persone. Servono salari adeguati, servizi pubblici efficienti e misure strutturali che impediscano ai rincari di divorare ogni aumento di reddito.
La politica può continuare a scegliere gli argomenti sui quali accendere i riflettori. Le famiglie, invece, non possono scegliere se mangiare, pagare la luce, spostarsi per andare al lavoro o acquistare un farmaco.
È questa la distanza che oggi dovrebbe preoccupare: quella tra il Paese raccontato e il Paese reale. Da una parte le dichiarazioni, le schermaglie e la propaganda; dall’altra le persone che, davanti a uno scaffale, fanno i conti con un carrello sempre più vuoto e uno scontrino sempre più pesante.
La responsabilità di chi governa comincia proprio da qui: guardare quella realtà, riconoscerla e rimetterla al centro dell’agenda. Tutto il resto, se non migliora concretamente la vita delle persone, rischia di essere soltanto fumo negli occhi.




