A Bruxelles è arrivato un segnale che difficilmente può essere ignorato. La nuova direttiva anticorruzione dell’Unione Europea è stata approvata anche con il voto favorevole dell’Italia, inclusi gli eurodeputati di Fratelli d’Italia. E il messaggio che ne deriva è tutt’altro che ambiguo: secondo la relatrice Raquel García Hermida, il nostro Paese dovrà necessariamente tornare a punire penalmente le forme più gravi di abuso nell’esercizio delle funzioni pubbliche. Un orientamento condiviso anche dalla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, che ha ricordato come Roma abbia sostenuto quelle stesse norme e ora sia chiamata a renderle effettive.
Dalla riforma mancata alla cancellazione: l’azzardo sull’abuso d’ufficio
C’è una differenza sottile ma decisiva tra riformare una norma imperfetta ed eliminarla del tutto. Nel caso dell’abuso d’ufficio, l’Italia non ha scelto la via della correzione, ma quella della cancellazione. Una decisione voluta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio che oggi, alla luce delle nuove iniziative della Unione Europea, appare sempre più come un azzardo politico, se non un errore strategico.
Una risposta sbagliata a un problema reale
Nessuno nega che il reato di abuso d’ufficio fosse problematico. Formulazione ambigua, poche condanne, troppe indagini destinate a concludersi nel nulla. Il fenomeno della “paura della firma” nella pubblica amministrazione è reale e documentato.
Ma abolire un reato perché funziona male equivale a togliere il termometro per non misurare la febbre. Il problema non era l’esistenza della norma, ma la sua qualità. E le democrazie mature, quando una legge non funziona, la migliorano: non la eliminano lasciando un vuoto.
Il tempismo che aggrava tutto
La scelta italiana sarebbe già discutibile di per sé. Ma diventa francamente incomprensibile nel contesto europeo attuale. Mentre Roma cancellava il reato, Bruxelles lavorava a una direttiva che va nella direzione opposta: rafforzare gli strumenti penali contro l’abuso di potere.
Non è solo una questione tecnica. È un segnale politico.
L’Europa chiede più tutela contro la corruzione e gli abusi; l’Italia risponde riducendo il perimetro del penalmente rilevante. Una dissonanza che indebolisce la credibilità del Paese proprio su un terreno — quello della legalità amministrativa — storicamente sensibile.
Il rischio di un passo indietro culturale
Il punto più critico non è nemmeno giuridico, ma culturale. L’abuso d’ufficio rappresentava, al di là delle sue imperfezioni, un principio: che chi esercita potere pubblico deve rispondere penalmente quando lo usa in modo distorto.
Eliminare quel reato senza sostituirlo con una fattispecie più chiara e mirata rischia di trasmettere un messaggio pericoloso: che certe zone grigie possano restare tali, sottratte a una vera sanzione.
Una scelta destinata a essere rivista
È probabile che l’Italia, nei prossimi anni, sarà costretta a reintrodurre una norma simile per adeguarsi agli obblighi europei. Se accadrà, la domanda sarà inevitabile: perché cancellare oggi ciò che si dovrà riscrivere domani?
Nel frattempo, resta un vuoto normativo che rischia di produrre effetti concreti: meno deterrenza, più incertezza, e un sistema che appare meno attrezzato nel prevenire gli abusi.
Politica o giustizia?
Ogni riforma della giustizia porta con sé una visione. In questo caso, la visione sembra privilegiare la tutela dell’azione amministrativa rispetto al controllo dei suoi eccessi. Una scelta legittima, ma che richiedeva equilibrio, non radicalità.
Perché tra l’eccesso di penalizzazione e l’assenza di regole c’è uno spazio intermedio: quello delle norme chiare, applicabili e giuste. È lì che si misura la qualità di una riforma. E oggi, guardando alla distanza tra Roma e Bruxelles, è difficile sostenere che quella qualità sia stata raggiunta.




