Il ciclone Harry non ha solo distrutto case e infrastrutture. Ha messo a nudo una verità che da anni si finge di non vedere: l’abusivismo edilizio non è solo una violazione delle regole, è un pericolo concreto per la vita delle persone. E quando diventa sistematico, tollerato o addirittura autorizzato, smette di essere una colpa individuale e diventa una responsabilità collettiva, politica e istituzionale.
Molte costruzioni colpite dal vento e dal mare sorgono in zone dove non esistono le minime condizioni di sicurezza per edificare. A ridosso delle spiagge, su terreni instabili, in aree soggette a erosione, esposte alle mareggiate e alle tempeste. Luoghi dove chiunque, con un minimo di competenza tecnica, avrebbe potuto dire: qui non si costruisce. E invece si è costruito lo stesso.
Non sempre di nascosto. Spesso con una tolleranza consapevole, altre volte con autorizzazioni discutibili, pareri compiacenti, piani urbanistici piegati agli interessi del momento. E quando l’illegalità diventava troppo evidente, arrivava la soluzione più semplice e più comoda: la sanatoria. Un colpo di spugna che cancellava tutto, senza distinguere, senza valutare il rischio, senza chiedere conto delle responsabilità.
Così si è creato un meccanismo perverso: si costruisce in aree pericolose, si mette a rischio la propria vita e quella degli altri, e poi si aspetta il prossimo condono. Un messaggio devastante, che ha trasformato l’eccezione in regola e ha svuotato di senso ogni principio di pianificazione e sicurezza.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Quando arrivano eventi estremi come il ciclone Harry, quelle case diventano trappole. Non solo per chi ci vive, ma anche per chi deve intervenire nei soccorsi. L’abusivismo non colpisce solo il paesaggio, colpisce le persone.
Per questo il tema dei ristori è esplosivo. Usare fondi pubblici per risarcire edifici costruiti in aree insicure, spesso sanate solo sulla carta, significa perseverare nell’errore. Significa dire, ancora una volta, che violare le regole conviene. Che la sicurezza è secondaria. Che la prevenzione può aspettare.
Il ciclone Harry dovrebbe segnare una linea netta. Non si può più fingere che tutto sia uguale, che tutto meriti lo stesso trattamento. Governare il territorio significa assumersi la responsabilità di proteggere i cittadini, anche quando questo comporta scelte impopolari. Dire no all’abusivismo non è accanimento, è tutela della vita umana.
Se anche questa volta si sceglierà la strada della tolleranza e delle sanatorie mascherate, allora non si potrà più parlare di fatalità. Si dovrà parlare, semplicemente, di colpa.




