Le nomine pubbliche in Sicilia non smettono mai di regalare sorprese. Questa volta il sipario si apre su due personaggi agli antipodi per storia e collocazione, ma accomunati da un unico denominatore: la politica come ascensore sociale ed eredità familiare. Da un lato Annalisa Tardino, ex europarlamentare leghista, stoppata bruscamente da Renato Schifani nella corsa alla presidenza dell’Autorità Portuale di Palermo. Dall’altro Luigi Genovese, giovane rampollo di una delle dinastie politiche più influenti dell’isola, appena incoronato presidente dell’Ast, l’azienda che gestisce il trasporto pubblico regionale.
La motivazione con cui Schifani si è opposto alla nomina della Tardino è stata lapidaria: mancherebbero le “competenze tecniche”. Una frase che, in bocca alla politica siciliana, rischia di diventare comica. Perché se il parametro deve essere quello della competenza, allora qualcuno dovrebbe spiegarci quale curriculum specifico qualifichi Genovese per guidare un’azienda pubblica strategica e complessa. Forse la laurea in eredità paterna? O l’abilità innata a muoversi nei corridoi della politica messinese?
L’ipocrisia è lampante. La competenza diventa un argomento brandito a piacimento: un’arma selettiva, utile a escludere l’avversario ma mai a valutare il proprio protetto. È un concetto elastico, adattabile, piegato a seconda delle convenienze del momento. Oggi la si invoca per fermare un nome sgradito, domani la si dimentica per lanciare un giovane “di buona famiglia” verso una poltrona di potere.
Eppure il nodo resta sempre lo stesso: la Sicilia non riesce a liberarsi dalla logica del sottogoverno come feudo, della nomina come ricompensa, della gestione delle aziende pubbliche come affare privato. In questo scenario la parola “competenza” suona come un’illusione retorica, un orpello da comunicato stampa, mai un criterio reale di selezione.
Il risultato è che cittadini e lavoratori si ritrovano governati da scelte dettate più dagli equilibri politici che dal merito. E così mentre i trasporti languono e i porti faticano a diventare hub di sviluppo, le poltrone vengono occupate per diritto dinastico o per fedeltà di partito. La Sicilia resta ferma, prigioniera di un teatrino in cui la coerenza non è mai stata di casa. Forse la vera competenza che la classe dirigente riconosce è solo questa: saper appartenere al clan giusto al momento giusto. Tutto il resto è sceneggiata.




